{"id":7515,"date":"2024-09-15T08:38:16","date_gmt":"2024-09-15T09:38:16","guid":{"rendered":"https:\/\/baraban.it\/web\/?p=7515"},"modified":"2025-02-26T06:52:49","modified_gmt":"2025-02-26T07:52:49","slug":"il-violino-di-auschwitzsu-patria-indipendente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/baraban.it\/web\/2024\/09\/15\/il-violino-di-auschwitzsu-patria-indipendente\/","title":{"rendered":"Il violino di Auschwitz<br>su Patria Indipendente"},"content":{"rendered":"\n<h2>Quel suono dai lager che non ti fa dimenticare<\/h2>\n\n\n\n<p>di Chiara Ferrari<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019album dell\u2019associazione e gruppo milanese Barab\u00e0n \u00e8 il pi\u00f9 completo tributo in memoria delle diverse comunit\u00e0 internate. Una multietnica polifonia, tra nuove composizioni e arrangiamenti di brani tradizionali, che si arricchisce di contaminazioni e suggestioni nell\u2019alternanza di strumenti folk, bouzouky-darabuka-organetto diatonico-fisarmonica, e classici, chitarre-violini-contrabbasso-pianoforte. Il titolo dell\u2019opera \u00e8 ispirato alla storia dello strumento musicale acquistato a Torino da Edgardo Levy, ebreo italiano, per donarlo alla figlia Eva Maria poco prima del 1938, anno delle leggi razziali fasciste, e che risuon\u00f2 nel campo di sterminio dove la giovane venne deportata nel dicembre 194, e da cui non torn\u00f2.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignleft is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/baraban-violino-auschwitz.png\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/baraban-violino-auschwitz-1024x1024.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-92130\" width=\"512\" height=\"512\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><em>Venni individuato per caso da un Fuhrer baiter, un caposquadra. Cantavo una canzone con un amico, Signorinella pallida. Allora lui mi ha detto: \u201cTu sei un cantante?\u201d \u201cBitte\u201d, \u201cTu mai baracche\u201d. Mi ha fatto andare alla sua baracca dove ho cantato per dei Capos. Poi ho cantato anche in altre baracche. \u00c8 stato un mezzo di sopravvivenza, un mezzo banale ma \u00e8 servito a qualche cosa<\/em>.<br>Da un racconto di Nedo Fiano, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz, raccolto nel 2010 da Aurelio Citelli, fondatore di Barab\u00e0n, per il documentario \u201cA5405. Nedo Fiano\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Sembra impossibile che nell\u2019inferno dei campi di concentramento la musica potesse esistere, coabitare con l\u2019orrore. Che il canto potesse confondersi con le grida di dolore, e che la libert\u00e0 \u2013 che suonare e cantare consentono \u2013 fosse concessa.<\/p>\n\n\n\n<p>Invece, \u00e8 nota, per esempio, la vicenda delle musiche scritte ed eseguite dai prigionieri del <a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/terza-pagina\/pentagramma\/musiche-dallabisso\/\">campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia in Calabria.<\/a> Musiche tipiche degli anni Trenta: jazz, kabarett, canzonette, avanspettacolo, perch\u00e9 l\u00ec erano internati musicisti amici e compagni di studio di Kurt Weill.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma anche affermati direttori di teatro, compositori che avevano eseguito musica in festival importanti insieme ad Arnold Sch\u00f6nberg e Anton Webern; cantanti, coristi, pianisti, orchestrali, musicisti jazz, klezmorim. Come il trombettista Oscar Klein, il direttore d\u2019orchestra Lav Mirski, il pianista Sigbert Steinfeld, il cantante Paolo Gorin, il compositore Isak Thaler, il pianista Kurt Sonnenfeld. Le loro musiche si alternavano a canti corali e pezzi tratti dal repertorio ebraico. Una ricchezza di cui si era quasi persa traccia, riscoperta grazie a un recente lavoro di ricerca e recupero a opera di Raffaele Deluca, musicologo e direttore di coro, attualmente docente di discipline musicologiche al Conservatorio di Rovigo. Una documentazione oggi custodita presso la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, nel fondo dell\u2019ingegnere lettone Israel Kalk, fondatore della Mensa dei bambini a Milano, centro di raccolta dei figli dei profughi ebrei.<\/p>\n\n\n\n<p>Numerose sono le testimonianze che mostrano come anche ad Auschwitz, Dachau, Terez\u00ecn e Mauthausen si suonasse, si cantasse e si componesse musica.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image is-resized\" id=\"attachment_91922\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Baraban-1_web.jpg\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Baraban-1_web-1024x745.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-91922\" width=\"768\" height=\"559\"\/><\/a><figcaption>Barab\u00e0n.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>A esse rende omaggio l\u2019album <em>Il violino di Auschwitz<\/em>, realizzato dall\u2019associazione culturale Barab\u00e0n, uscito quest\u2019anno, con il patrocinio dell\u2019Istituto Nazionale Ferruccio Parri, e dedicato alla senatrice Liliana Segre, la testimone dalla cui voce sono giunti a noi gli echi delle tragedie patite da chi fu internato nei lager nazisti (lei fu deportata al campo di concentramento di Auschwitz), da chi non sopravvisse alle torture e da chi fece di tutto per non perdere la dignit\u00e0. Anche grazie alla musica.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\" id=\"attachment_92147\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/391-Nedo-Fiano.jpg\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/391-Nedo-Fiano.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92147\"\/><\/a><figcaption>Nedo Fiano nel suo studio, Milano 2010 (foto di Aurelio Citelli). <\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Ha raccontato ancora Nedo Fiano: <em>Qualcuno avr\u00e0 visto in qualche filmato l\u2019orchestra del campo, un fatto strano in quell\u2019inferno. L\u2019 orchestra era un modello di pulizia, di ordine, di allineamento, non c\u2019erano volti affamati. Suonava musiche che porto ancora dentro di me, alcune erano dolci, altre feroci. Era uno strumento di tortura perch\u00e9 suonava con un ritmo che se marciando non lo rispettavi eri morto. Ti agguantavano con ferocia, ti alzavano la manica sinistra, annotavano il tuo numero e dopo quattro ore eri cenere.<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\" id=\"attachment_90772\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/2442_-_KZ_Dachau_-_Denkmal_am_Lager-wiki-e1722489482498.jpg\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/2442_-_KZ_Dachau_-_Denkmal_am_Lager-wiki-1024x768.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-90772\"\/><\/a><figcaption>Il lager di Dachau<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Racconta Enrico Piccaluga, ingegnere milanese e fisarmonicista, deportato a Dachau nel 1944: <em>Due giorni dopo Natale, il Lager \u00c4ltester ordin\u00f2 che tutti coloro che sapevano suonare qualche strumento si presentassero la sera nella Schreib-Stube per farsi provare. Voleva organizzare un complesso di suonatori, anche ridotto, che potesse rallegrare le lunghe serate invernali a lui ed alle SS. Poich\u00e9 sapevo suonare la fisarmonica vi andai, e fui prescelto insieme con un mandolinista ebreo per formare cos\u00ec un primo nucleo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Nei campi la musica, dunque, rispondeva a pi\u00f9 funzioni, costantemente presente a scandire i ritmi dei prigionieri durante le marce verso i campi di lavoro, oppure risuonava nelle adunate, nelle esecuzioni, ma accompagnava anche i momenti di intrattenimento degli ufficiali. E allora ecco il riecheggiare di musiche da ballo, jazz, opere liriche e melodie popolari, canzonette e motivi da cabaret. Tutto ci\u00f2 che potesse rallegrare le guardie, ma soprattutto rappresentare per i detenuti anche solo un miraggio della vita che era stata prima e che forse non sarebbe mai pi\u00f9 tornata.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image is-resized\" id=\"attachment_92149\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/spettacolo-baraban-yt.png\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/spettacolo-baraban-yt.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-92149\" width=\"642\" height=\"360\"\/><\/a><figcaption>Barab\u00e0n: lo spettacolo \u201cIl violino di Auschwitz\u201d (Vigevano, PV, 2022)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>La stessa musica che la band milanese ripropone nell\u2019incisione discografica, riscoprendo brani scritti e cantati all\u2019interno dei lager, in parte riadattandoli e aggiungendoli a quelli gi\u00e0 in repertorio, facenti parte dell\u2019omonimo spettacolo multimediale che il gruppo, sensibile a queste tematiche, porta in palcoscenico dal 2010.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 possibile farsi un\u2019idea del lavoro attraverso un frammento audiovideo da cui si coglie la struttura del concerto, caratterizzato dalla sequenza di canti sulla Shoah, melodie e danze della tradizione yiddish, canzoni antirazziste e contro la guerra, accompagnata da filmati d\u2019epoca e videotestimonianze di ex-deportati. (<a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=cUoSphcX214\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=cUoSphcX214<\/a>)<\/p>\n\n\n\n<p>Interessante \u00e8 anche <em>Flatbush Valtz<\/em>, presente nel DVD <em>Venti5 d\u2019Aprile<\/em> del 2005, che \u00e8 sempre sul tema, essendo un brano composto da Andy Statman, nato in una famiglia di origine ebrea, che ha esplorato le radici musicali della sua comunit\u00e0, fino a dedicarsi alla musica klezmer, genere musicale tradizionale degli ebrei aschenaziti dell\u2019Est Europa.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019argomento \u00e8 dunque ampiamente indagato dal gruppo milanese, che da tempo raccoglie testimonianze e reperti musicali relativi al dramma dell\u2019internamento e dell\u2019Olocausto.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec nasce <em>Il violino di Auschwitz<\/em>, un lavoro impeccabile e di rara sensibilit\u00e0. Nella sua variet\u00e0 musicale e di accenti l\u2019album si presenta come il pi\u00f9 completo tributo a memoria delle diverse etnie che nei lager furono internate. Le composizioni, spesso arrangiamenti di brani tradizionali, si arricchiscono di contaminazioni e di suggestioni date dall\u2019alternanza di strumenti folk come il bouzouky, il darabuka, l\u2019organetto diatonico, la fisarmonica e quelli pi\u00f9 classici, chitarre, violini, contrabbasso, pianoforte in un insieme sempre amalgamato e puntuale nel dare spazio di volta in volta ai diversi assoli virtuosistici.<\/p>\n\n\n\n<p>Vi sono eseguiti brani strumentali zigani, dal folklore gipsy, come <em>Hora Tiganeasca<\/em> (danza degli Zingari) per ricordare come anche le popolazioni sinti e rom subirono la deportazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Altri, come <em>Bublichki<\/em> (dolcetti), versione strumentale di una canzone nata nella Russia degli anni Venti, basata su una melodia ebraica, testo di un poeta ucraino. E <em>Ma Yofus<\/em>, appartenente alla tradizione musicale degli ebrei Ashkenaziti, le comunit\u00e0 ebraiche dell\u2019Europa orientale scomparse a causa dei numerosi progrom e della shoah. Qui primeggia il suono del clarinetto (Matteo Midali, primo clarinetto, Gianluigi Midali secondo clarinetto).<\/p>\n\n\n\n<p>Si susseguono melodie dal repertorio dei musicanti ebrei, musiche per le celebrazioni e canti in yiddish, in un dialogo serrato di violini (<em>Set klezmer<\/em>); valzer della tradizione chassidica (<em>Hasidic Waltz<\/em>); musiche klezmer per le feste di matrimonio (<em>Battare prosciutto<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p>Canti composti su musiche popolari polacche. <em>Danze resiane<\/em>, per testimoniare come la furia nazifascista si rivolse anche alle comunit\u00e0 alloglotte del Friuli orientale, deportate negli speciali campi di concentramento \u201cper slavi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Musiche originali (di Giuliano Grasso) ispirate alle gesta del partigiano Primiano Marollo dopo la liberazione del campo di Auschwitz (<em>Il viaggio di Marollo<\/em>). Composizioni tradizionali riarrangiate, creazioni originali, musiche riprese da repertori antichi, ma anche da musicisti contemporanei. Come Goran Bregovic, bosniaco di madre serba e padre croato nato a Sarajevo, citt\u00e0 al centro del conflitto che port\u00f2 alla dissoluzione della Jugoslavia, di cui viene riproposta una versione live di <em>Lullaby<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\" id=\"attachment_92020\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Iakovos_Kampanellis.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92020\"\/><figcaption>Il poeta greco Iakovos Kambanellis<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>E poi vi sono i testi, cantati in italiano, in greco, in tedesco, composti da grandi poeti, come il greco Iakovos Kambanellis o lo scrittore ebreo Paul Celan, dalla scrittrice, poetessa e compositrice ceca Ilse Weber, oppure da autori improvvisati che, dal chiuso dei lager, lasciarono cos\u00ec al mondo le loro testimonianze. L\u2019album, dunque, non solo si fa carico di questa memoria multietnica, possedendo gi\u00e0 per questo il carattere dell\u2019eccezionalit\u00e0, ma soprattutto si fa contributo prezioso nel restituire, con grande maestria, un patrimonio di ritmi, di suoni e di parole, in tutta la variet\u00e0 di sfumature che la musica possa esprimere. Dalle note pi\u00f9 malinconiche e disperate agli accenti energici delle danze, scanditi dalle percussioni, dal virtuosismo dell\u2019organetto e dei violini. A simboleggiare angoscia e strenua sopportazione.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignright\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Janowska_Nazi_camp_orchestra-wiki.jpg\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Janowska_Nazi_camp_orchestra-wiki.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92148\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Il progetto discografico \u00e8 ulteriormente pregevole per il lavoro di ricerca che sta alla base della scelta dei brani, ognuno dei quali, nel libretto che accompagna il cd, \u00e8 dotato di un importante corredo informativo, che consente di localizzare musiche, testi, autori e comprenderne, cos\u00ec, origini e vicissitudini. In questo ambito \u00e8 certamente rilevante il contributo scientifico di Aurelio Citelli, musicista, arrangiatore, interprete ma anche ricercatore, dedito alla raccolta di musiche tradizionali, memorie etnografiche e storia orale. Saggista e autore di docufilm, tra cui <a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/terza-pagina\/pentagramma\/roberto-leydi-il-cantore-degli-ultimi\/\"><em>Roberto Leydi. Il \u2018monello\u2019 che ci fece conoscere l\u2019altra musica<\/em>,<\/a> di cui ha curato anche la pubblicazione nel 2023, per i vent\u2019anni dalla scomparsa del celebre intellettuale ed etnomusicologo. Citelli \u00e8 fondatore, con altri musicisti milanesi, dell\u2019Associazione culturale Barb\u00e0n con cui, dal 1982 realizza spettacoli, concerti, album discografici, tra cui, appunto, <em>Il violino di Auschwitz<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Titolo emblematico come l\u2019immagine di copertina che presenta in primo piano un violino. Non un violino qualsiasi, ma quello noto come violino di Auschwitz, o violino della Shoah o Collin M\u00e9zin. Venne fabbricato dal liutaio Collin M\u00e9zin e venduto a Torino a Edgardo Levy, ebreo italiano, che lo acquist\u00f2 per donarlo alla figlia Eva Maria, poco prima del 1938. Il violino risuon\u00f2 ad Auschwitz, dove la giovane musicista venne internata nel dicembre 1943 e fu tra quelli utilizzati nell\u2019orchestra del campo. Oggi \u00e8 conservato presso le Stanze per la Musica del Museo Civico Ala Ponzone di Cremona.<\/p>\n\n\n\n<p>La storia di questo strumento, all\u2019origine del progetto discografico, \u00e8 stata ricostruita dal collezionista di strumenti musicali d\u2019epoca Carlo Alberto Carutti che lo trov\u00f2 da un antiquario di Torino nel 2014. Nell\u2019incipit del suo libro <em>L\u2019ultimo testimone: il violino della Shoah<\/em>, l\u2019autore racconta l\u2019eccezionale ritrovamento. \u201cAlcuni anni fa mi capit\u00f2 di scoprire, presso un antiquario di Torino, un violino Collin-M\u00e9zin con una stella di Davide in madreperla bianca sulla parte posteriore dello strumento. Colpito da un oggetto cos\u00ec particolare e che senza dubbio aveva molto da raccontare, lo acquistai e decisi di ricostruirne la storia. Oggi il violino si presenta completamente restaurato. La tavola armonica, spaccata in due, \u00e8 stata ricucita con due pezzi di legno da un eccellente maestro liutaio\u201d.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignleft is-resized\" id=\"attachment_92150\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Cremona_museo_civico_ingresso-wiki.jpg\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Cremona_museo_civico_ingresso-wiki-768x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92150\" width=\"576\" height=\"768\"\/><\/a><figcaption>Cremona, il Museo Civico Ala Ponzone dove, nelle Stanze per la Musica, \u00e8 conservato il violino di Eva Maria Levy<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Porta un filetto supplementare in losanghe di madreperla che, come scoprii pi\u00f9 tardi, era stato fatto aggiungere dal proprietario, Edgardo Levy, per impreziosire lo strumento da regalare alla figlia Eva Maria. Ma la meraviglia di questo violino sta nel segreto della sua sonorit\u00e0: solitamente le vibrazioni della tavola armonica vengono trasmesse attraverso un\u2019esile calamita di legno del diametro di circa 5 millimetri che si trova sul fondo del violino, quella parte che si dice anima del violino, che fa poi vibrare tutta la cassa armonica e genera il suono. Ma qui accade che l\u2019anima riceve le vibrazioni da trasmettere non dalla tavola armonica ma da una piastra di legno aggiuntiva: questo \u00e8 un fatto sensazionale. Si deve all\u2019intuizione del grande restauratore di aver capito che la voce di quel violino non poteva soccombere, aveva ancora un compito da assolvere: perpetuare nel tempo il ricordo di una tragedia che non dovr\u00e0 pi\u00f9 ripetersi. Gi\u00e0 nel 2016 riuscii a ricostruire parte della tragica storia della famiglia Levy, ebrei italiani originari di Verona<em>.<\/em>\u00bb<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\" id=\"attachment_92151\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Imagoeconomica_2098799-Canio-Romaniello-scaled.jpg\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Imagoeconomica_2098799-Canio-Romaniello-1024x683.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92151\"\/><\/a><figcaption>Milano, il Binario 21 da dove vennero caricati sui treni i deportati diretti ai lager di sterminio (Imagoeconomica, Canio Romaniello)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>La famiglia ebrea Levy \u2014 i coniugi Edgardo Levy ed Egle Segr\u00e9 con i figli Eva Maria ed Enzo \u2014 residente a Verona prima di trasferirsi a Torino, dopo l\u2019emanazione delle leggi razziali tent\u00f2 di fuggire in Svizzera. In una sosta a Tradate, ospiti della famiglia Sternfeld nella Villa Truffini, tutti i componenti tranne Edgardo Levy, il 12 novembre 1943, vennero arrestati dalla Gestapo e successivamente sistemati sul primo convoglio carico di ebrei in partenza dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano, destinato al campo di Birkenau. Una volta giunti in Polonia i tre vennero smistati: la madre venne gassata subito all\u2019arrivo; Enzo venne trasferito al Campo di lavoro di Monowitz, sottocampo di Auschwitz; Eva Maria, che aveva portato con s\u00e9 il violino, venne destinata all\u2019orchestra del campo di Auschwitz-Birkenau, a suonare per il diletto dei carnefici. Sul fondo del violino la giovane nascose un biglietto che il fratello riusc\u00ec a farle avere. Su un rigo musicale disegnato a mano aveva scritto <em>der musik macht frei<\/em>, la musica rende liberi.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\" id=\"attachment_92152\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Eva_maria_Levy.png\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Eva_maria_Levy-1024x1024.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-92152\"\/><\/a><figcaption>Eva Maria Levy prima della deportazione<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Eva Maria Levy non sopravvisse alla durezza della vita nel lager e mor\u00ec il 6 giugno 1944. Alla liberazione del campo il fratello Enzo<em>,<\/em> anche grazie al biglietto custodito, riusc\u00ec a recuperare il violino, miracolosamente ancora conservato in un magazzino, sebbene inutilizzabile, e lo port\u00f2 con s\u00e9 a Torino, dove lo consegn\u00f2 a un restauratore. Non torn\u00f2 mai a riprenderlo, mor\u00ec suicida nel 1958. Il violino invece sopravvisse, a simboleggiare la forza salvifica della musica che giunge anche nel profondo degli abissi nei quali l\u2019essere umano possa precipitare.<\/p>\n\n\n\n<p>Esempi di questa strenua resistenza si percepiscono dalle tredici tracce del cd. A partire dalla pi\u00f9 celebre, <em>Asma Asmaton<\/em>, conosciuta anche come <em>Cantico dei cantici<\/em>, una della quattro canzoni che compongono la <em>Trilogia di Mauthausen<\/em>: testo del poeta e drammaturgo greco Iakovos Kambanellis, scritto al ritorno dal campo di Mauthausen, e musica di Mikis Theodorakis, compositore, direttore d\u2019orchestra, oppositore al nazifascismo, incarcerato e costretto all\u2019esilio negli anni della dittatura fascista dei colonnelli.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019opera, affidata alla <a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/terza-pagina\/pentagramma\/maria-farantouri-la-grecia\/\">voce di Maria Farantouri<\/a>, musa e voce di Theodorakis negli anni della sua prigionia, narra la vicenda di un giovane che cerca la sua amata attraversando i diversi campi di concentramento. Il canto, nato dall\u2019esperienza di Kambanellis, ha una struttura senza soluzione di continuit\u00e0 ed \u00e8 in questa perenne ricerca della persona cara che nell\u2019essere umano resta viva la speranza, l\u2019istinto alla sopravvivenza. Il brano \u00e8 arrangiato da Aurelio Citelli che lo intona insieme a Maddalena Soler, violino e voce. Ad accompagnarli i musicisti Antonio Neglia (chitarra classica), Alberto Rovelli (contrabbasso), Giuliano Grasso (violino), Vincenzo Caglioti (organetto diatonico).<\/p>\n\n\n\n<p>Della stessa opera di Theodorakis \u00e8 <em>Andonis<\/em>, arrangiato da Aurelio Citelli e Antonio Neglia. Il canto ha per protagonista un prigioniero greco costretto ai lavori forzati, punito dalle guardie naziste per aver prestato aiuto a un compagno. All\u2019ordine di sollevare un masso pi\u00f9 pesante il giovane risponde addossandosene uno dal peso tre volte superiore. Andonis \u00e8 l\u2019esempio di tutti coloro che reagirono e combatterono per la propria vita e contro la violenza nazista, restando solidali e umani.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\" id=\"attachment_92036\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Maddalena_Soler_Baraban_Bardentreffen_2014_So_1042.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92036\"\/><figcaption>La violinista e voce solista Maddalena Soler<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Il brano \u00e8 eseguito dalla violinista e voce solista Maddalena Soler, il cui contributo decisamente aggiunge valore all\u2019insieme. Non solo poich\u00e9 sta a rappresentare simbolicamente il dolore delle tante donne che subirono la deportazione, ma per le qualit\u00e0 trascendenti di cui si ammantano i brani interpretati dalla sua voce, che fa raggiungere alle parole intonate un piano altro, sovrasensibile. Come \u00e8 giusto che sia per certe composizioni destinate a diventare eterne e a significare sentimenti dalla portata universale. \u00c8 il caso anche di <em>Wiegala<\/em>, testo e musica della poetessa e musicista Ilse Weber, una ninna nanna interpretata dalla Soler sul solo accompagnamento pianistico. Venne composta nel Campo di Terez\u00ecn dove Ilse Weber fu inizialmente deportata insieme al marito e al figlio Tommy. Cant\u00f2 <em>Wiegala<\/em> per l\u2019ultima volta il 6 ottobre 1944 ad Auschwitz, dove volle seguire il marito, quando entr\u00f2 con suo figlio nelle \u201cdocce\u201d. I suoi scritti furono recuperati dal marito che riusc\u00ec a sopravvivere.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\" id=\"attachment_92145\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Die_Kinder-terezin-wiki-e1726334056114.jpg\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Die_Kinder-terezin-wiki-1024x550.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92145\"\/><\/a><figcaption>I bambini di Terez\u00edn in un disegno di Malva Schalek, artista ceca deportata a Terez\u00edn<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><em>Tutto \u00e8 quieto, non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 rumore\/mio dolce bambino, per farti dormire\/Fai ninna, fai nanna, sereno riposa\/dovunque la notte si fa silenziosa<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Manifesto di resistenza alla sopraffazione \u00e8 senz\u2019altro anche <em>Die Moorsoldaten<\/em> (I soldati della palude), dal testo del minatore Johann Esser rivisto dall\u2019attore Wolfgang Langhoff, sulla musica composta da Rudi Goguel, musicista dilettante. Il canto nacque nel 1933 nel campo di concentramento statale prussiano di B\u00f6rgermoor-Papenburg in Bassa Sassonia, uno dei primi istituiti per richiudervi gli oppositori politici. Qui ai deportati venne concesso di realizzare un circo-cabaret che chiamarono Circo Konzentranzani. Venne poi proposto loro di esibirsi, in occasione di una festivit\u00e0, per detenuti e guardie. Si decise allora di scrivere una canzone, <em>Die Moorsoldaten<\/em>, che descriveva le condizioni dei prigionieri: il lavoro forzato, la violenza, le grida, la disperazione a anche la speranza di una fine imminente. Inizialmente le SA e le SS non compresero il significato del testo, ma pochi giorni dopo la canzone fu immediatamente proibita. Alcune copie dello spartito, per\u00f2, uscirono miracolosamente dal campo, e <em>Die Moorsoldaten<\/em> si diffuse nei campi di sterminio della Seconda guerra mondiale, tradotto in francese e italiano. La <a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/terza-pagina\/pentagramma\/la-voce-amica-calvino-fortini\/\">cantautrice torinese Margot<\/a> lo interpret\u00f2, in una versione molto cupa, come <em>Canto del campo femminile di Ravensbruck<\/em> (1933-1945) e lo incise nell\u2019album <em>Noi chiamammo libert\u00e0<\/em> per I Dischi Dello Zodiaco di Virgilio Savona, nel 1976. Nell\u2019incisione di Barab\u00e0n, invece, il coro di voci si aggiunge ai solisti Soler e Citelli in una versione ritmata e incalzante.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\" id=\"attachment_90755\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/Bundesarchiv_Bild_183-1985-0417-15_Ravensbruck_Konzentrationslager-wiki.jpg\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/Bundesarchiv_Bild_183-1985-0417-15_Ravensbruck_Konzentrationslager-wiki.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-90755\"\/><\/a><figcaption>Ravensbr\u00fcck, un campo di internamento e lavoro tutto femminile<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>La grande diffusione di questo canto nei campi di concentramento nazisti dal 1933 al 1945 \u00e8 ampiamente documentata da numerose testimonianze. Maria Montuoro (Mara), originaria di Palermo, ricorda che fu cantato nel 1944-45 nel campo di concentramento femminile di Ravensbr\u00fcck dove lei si trovava internata. Lidia Rolfi Beccaria, una insegnante di Mondov\u00ec, ne ricorda bene anche la versione francese, nata presumibilmente nel lager di Natzweiler situato nella Francia orientale a una cinquantina di chilometri dal confine tedesco. Il disegnatore francese Pierre Martinot, che fu internato a Dachau, riferisce che lo si cantava anche in quel campo e secondo quanto sostenevano suoi anziani compagni di prigionia di nazionalit\u00e0 tedesca che furono internati subito dopo l\u2019avvento al potere di Hitler, il brano era nato proprio a Dachau, nel 1933. Secondo altre testimonianze, invece, il canto avrebbe avuto origine tra le prime vittime della persecuzione nazista nel campo di concentramento di B\u00f6rgermoor (I Dischi del Sole, DS 34).<\/p>\n\n\n\n<p>Il medesimo sentimento di ribellione alle regole imposte dalla violenza cieca nazista si avverte in <em>Un capretto<\/em>, canto nato dal testo in yiddish di Aaron Zeitlin, ripreso e musicato dal musicista ebreo Sholom Secunda, che si ispir\u00f2 a una canzone popolare polacca. Nel 1966 il testo venne tradotto in italiano da Herbert Pagani, anch\u2019egli di religione ebraica, che vi aggiunse la strofa pi\u00f9 drammatica, seguita poi dalla conclusiva, che voleva significare una luce di speranza. Il ritornello <em>Dona Dona<\/em> si ritiene sia un\u2019invocazione ebraica a Dio. Il canto, tradotto anche in inglese \u00e8 stato reso celebre da Joan Baez che lo interpret\u00f2 con voce e chitarra. Qui le voci sono accompagnate dall\u2019intera orchestra \u2013 piano e percussioni di Citelli, i violini di Soler e di Giuliano Grasso, l\u2019organetto diatonico di Vincenzo Caglioti, la chitarra di Antonio Neglia, il contrabbasso di Alberto Rovelli \u2013 che trascina il canto in una danza per la vita.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\" id=\"attachment_92042\"><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/1280px-Prisoners_liberation_dachau.jpg\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/1280px-Prisoners_liberation_dachau-1024x742.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92042\"\/><\/a><figcaption>La liberazione dei prigionieri del campo di Dachau<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><em>Un bambino su un vagone\/ va al macello del gioved\u00ec\/ non s\u2019\u00e8 ancora rassegnato\/ a morire proprio cos\u00ec\/chiede ad un soldato:\/ \u201dsalvami se puoi\u201d\/ e lui con la mano\/ lo rimette in fila e poi risponde:\/ \u201cSiete in tanti sulla terra\/ io non c\u2019entro credi a me\/ c\u2019\u00e8 chi paga in ogni guerra\/ questa volta tocca a te\u201d. <\/em><em>(\u2026) Ti racconto questa storia\/ perch\u00e9 un giorno pure tu\/ dovrai fare l\u2019impossibile\/ perch\u00e9 non succeda pi\u00f9.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Pi\u00f9 dolente il canto <em>Capelli di cenere<\/em>, tratto dalla poesia <em>Todesfuge<\/em> di Paul Celan, composizione con adattamento e musica di Aurelio Citelli che ne \u00e8 anche interprete.<\/p>\n\n\n\n<p>Pau Celan (vero nome Paul Antschel), poeta rumeno naturalizzato francese, di origine ebraica e di lingua tedesca, era nato nel capoluogo della Bucovina settentrionale, oggi parte dell\u2019Ucraina, figlio di genitori ebrei che morirono in un campo di sterminio nella Seconda guerra mondiale. Lui stesso trascorse in un lager alcuni mesi ma si salv\u00f2. Mor\u00ec suicida nel 1970 gettandosi nella Senna. La sua <em>Fuga di morte<\/em>, pubblicata nel 1948, fu scritta pochissimi anni dopo la fine della guerra rappresentando uno dei primi contributi sul tema dello sterminio. \u201c<em>Todesfuge<\/em> \u00e8 diventata l\u2019emblema poetico della riflessione critica sull\u2019Olocausto\u201d si legge nelle note del booklet.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignright\"><img src=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/Celan-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-92046\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n<p>In una forma altamente evocativa, Celan descrive la vita in un campo di concentramento in Germania: i prigionieri costretti a scavare tombe (quasi certamente destinate a loro, o ai loro compagni), a bere un latte nero, immagine simbolo del male che a ogni ora del giorno e della notte si subisce, a suonare e a ballare. Chi impartisce ordini non \u00e8 un selvaggio ma una persona colta, che legge, che scrive, che conosce Goethe (la Margarete citata \u00e8 un personaggio del Faust). Una delle culture pi\u00f9 evolute, quella tedesca, \u00e8 stata artefice del pi\u00f9 grande abominio della storia dell\u2019uomo. In contrasto a Margarete, dai capelli biondi, si delinea la figura di Sulamith, prototipo della ragazza ebrea dai capelli di cenere perch\u00e9 bruciati nel forno crematorio, morta come la fanciulla cantata nel Cantico dei cantici. Simbolo di tutti gli ebrei morti nei campi di sterminio. Nei due versi finali le due ragazze si trovano affiancate: \u00abi tuoi capelli d\u2019oro Margarete \/ i tuoi capelli di cenere Sulamith\u00bb a rappresentare idealmente il popolo tedesco e il popolo ebraico: i carnefici e le vittime.<\/p>\n\n\n\n<p>Il titolo <em>Fuga di morte<\/em> allude alla struttura della poesia articolata come una fuga musicale in cui un tema principale e alcuni secondari vengono ripresi pi\u00f9 volte con lievi variazioni creando una sorta di filastrocca punteggiata da immagini di morte.<\/p>\n\n\n\n<p>Tredici tracce, musiche e parole, in cui ad ogni ascolto si coglie un dettaglio nuovo: la melodia di un violino, il vibrato di una voce, l\u2019imprevedibilit\u00e0 di un virtuosismo, la profondit\u00e0 di un verso.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Il violino di Auschwitz<\/em>, preme sottolineare, non esaurisce la sua forza comunicativa nel fatto di essere a ricordo del momento pi\u00f9 buio della storia umana, poich\u00e9 travalica questo limite e si pone come esempio lampante di come la musica possa parlare una lingua a tutti comprensibile, farsi veicolo di unit\u00e0 e fratellanza, di tolleranza e comprensione. Di come la musica possa tradursi, a volte, in \u00e0ncora di salvezza.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019album \u00e8 distribuito da Fototeca Gilardi, Milano.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Chiara Ferrari, autrice del libro&nbsp;Le donne del folk. Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi, Edizioni Interno 4, 2021; coautrice del documentario&nbsp;Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.patriaindipendente.it\/numeri\/140\/\">https:\/\/www.patriaindipendente.it\/numeri\/140\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8230; un lavoro impeccabile e di rara sensibilit\u00e0. Nella sua variet\u00e0 musicale e di accenti l\u2019album si presenta come il pi\u00f9 completo tributo a memoria delle diverse etnie che nei lager furono internate. Le composizioni, spesso arrangiamenti di brani tradizionali, si arricchiscono di contaminazioni e di suggestioni date dall\u2019alternanza di strumenti folk come il bouzouky, il darabuka, l\u2019organetto diatonico, la fisarmonica e quelli pi\u00f9 classici, chitarre, violini, contrabbasso, pianoforte in un insieme sempre amalgamato e puntuale nel dare spazio di volta in volta ai diversi assoli virtuosistici.&hellip; <a class=\"more-link\" href=\"https:\/\/baraban.it\/web\/2024\/09\/15\/il-violino-di-auschwitzsu-patria-indipendente\/\">Read More <span class=\"screen-reader-text\">Il violino di Auschwitzsu Patria Indipendente<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":6457,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[7,8],"tags":[270,29,25,22,23,28,26,198,27],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/7515"}],"collection":[{"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=7515"}],"version-history":[{"count":15,"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/7515\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":7568,"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/7515\/revisions\/7568"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/media\/6457"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=7515"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=7515"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=7515"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}