{"id":8069,"date":"2026-03-31T07:20:00","date_gmt":"2026-03-31T08:20:00","guid":{"rendered":"https:\/\/baraban.it\/web\/?p=8069"},"modified":"2026-07-30T08:49:18","modified_gmt":"2026-07-30T09:49:18","slug":"traditori-signori-ufficiali-su-charge-un-articolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/baraban.it\/web\/2026\/03\/31\/traditori-signori-ufficiali-su-charge-un-articolo\/","title":{"rendered":"Traditori signori ufficiali<br>Su Charge un articolo sui canti antimilitaristi"},"content":{"rendered":"\n<p>Pubblicato sulla fanzine <strong>Charge<\/strong> l&#8217;articolo <em>Traditori signori ufficiali. Contro\/cantare la guerra<\/em>, di Aurelio Citelli, dedicato ai canti di protesta contro la guerra e antimilitaristi. Traendo spunto del Sessantesimo anniversario dello &#8220;<em>scandalo di Bella ciao<\/em>&#8221; che favor\u00ec la riscoperta a livello popolare della canzone di tradizione orale e del <em>corpus<\/em> di canti contro la guerra eseguite dai soldati durante il Primo conflitto mondiale, l&#8217;autore passa in rassegna alcuni dei pi\u00f9 celebri brani eseguiti in trincea mettendone in luce la valenza culturale e comunicativa in un contesto in cui la protesta era soffocata e severamente punita.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Traditori signori ufficiali. Contro\/cantare la guerra<\/strong><br>di Aurelio Citelli<br><br>Quando a Spoleto (PG), sul palco del Teatro Caio Melisso, fu cantata <em>Gorizia tu sei maledetta,<\/em> una parte del pubblico inizi\u00f2 a rumoreggiare. Ci furono urla, scontri verbali: era l\u2019estate 1964 e lo spettacolo si chiamava <em>Bella ciao.<\/em> Seguirono denunce per vilipendio delle Forze armate, manifesti in tutta Italia, articoli sulle prime pagine dei giornali. Fu allora che si prese coscienza dell\u2019esistenza di un canzoniere popolare con connotati anche protestatari e antimilitaristi, di un\u2019altra musica e un\u2019altra Italia.<\/p>\n\n\n\n<p>Fino ad allora, quando si parlava di canzone popolare, il pensiero andava alle canzonette che si ascoltavano alla radio, a <em>Non ho l\u2019et\u00e0<\/em> di Gigliola Cinquetti o ai brani sdolcinati tutti amore-baci-sole del Disco per l\u2019estate. Il massimo che si poteva ascoltare, in termini di \u201cavanguardia canora\u201d, erano i <em>Los Marcellos Ferial<\/em> che dopo aver interpretato in italiano la celebre <em>Cuando calienta el sol<\/em> inondarono le spiagge italiane con <em>Sei diventata nera<\/em>. Ma i tempi stavano cambiando.<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019Italia del boom economico, si muovevano qua e l\u00e0, giovani intellettuali che, grazie gli influssi che venivano dall\u2019estero, iniziavano a porre l\u2019attenzione alla cultura che si esprimeva nei luoghi di lavoro, nelle osterie, nelle risaie, sugli alpeggi, nelle feste e nei rituali contadini. Nella seconda met\u00e0 degli anni Cinquanta, era andato strutturandosi a Torino il gruppo di <em>Cantacronache<\/em>, un collettivo di musicisti, letterati e poeti fondato da Sergio Liberovici e Michele L. Straniero che, suggestionato dai lavori di Bertolt Brecht e Kurt Weill, si proponeva di valorizzare il mondo della canzone attraverso l&#8217;impegno sociale. A Milano, negli stessi anni, \u00e8 attivo un giovane di origine piemontese che inizia a battersi per far s\u00ec che anche la canzone popolare sia considerata \u201ccultura\u201d: Roberto Leydi. Attraverso il jazz, gli incontri con Alan Lomax e Gianni Bosio, Leydi \u201cscopre\u201d la musica popolare italiana: registra ninna nanne, canti di protesta contro la Grande Guerra, pizziche-tarantate del Salento, canti di lavoro di filandiere e mondariso, Curente e Monferrine, novene natalizie. Il giovane ricercatore \u00e8 alla ricerca di una \u201cpatria popolare\u201d, una patria in cui riconoscersi. Afferma: \u201cPossibile che nella Storia d\u2019Italia non compaiano mai un falegname che ha combattuto sulle barricate di Milano o un bergamino morto sul Carso?\u201d. Questo suo lavoro pionieristico, questa sua attenzione ai repertori e all\u2019espressivit\u00e0 dei pi\u00f9 umili, segner\u00e0 profondamente la cultura italiana della seconda parte del Novecento e condizioner\u00e0 le scelte di vita di tanti.<br>Ma \u00e8 attraverso un piccolo \u201cincidente\u201d forse dovuto a una provocazione &#8211; ancora oggi si discute se voluta o casuale &#8211; che il grande pubblico italiano scopre l\u2019esistenza di un canzoniere popolare \u201caltro\u201d, alternativo. \u00c8 quello cantato dalle donne in risaia, dai soldati sul Monte Nero, dalle raccoglitrici di olive, dai battipali nella Laguna Veneta.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/352.-archleydi026-copia.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5106\" width=\"484\" height=\"310\"\/><figcaption>Lo spettacolo Bella ciao.<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n<p><br>Nel 1964, Leydi viene invitato da Nanni Ricordi ad allestire uno spettacolo di canzoni popolari da rappresentare al <em>Festival dei Due Mondi<\/em> di Spoleto. Insieme a Franco Fortini e Filippo Crivelli, mette in piedi <em>Bella ciao <\/em>uno spettacolo di canti di lavoro, canti rituali, canti d\u2019amore, canzoni contro la guerra, canti di protesta politici e sociali. Sul palco del Caio Melisso, il teatro \u201cnobile\u201d di Spoleto, salgono i cantori del <em>Nuovo Canzoniere Italiano<\/em>: Caterina Bueno, Sandra Mantovani, Giovanna Daffini, Michele L. Straniero, Maria Teresa Bulciolu, Giovanna Marini, il <em>Gruppo Padano di Piadena <\/em>e altri. In scaletta c\u2019\u00e8 anche <em>O Gorizia tu sei maledetta,<\/em> la pi\u00f9 amara e desolante canzone di protesta contro la Grande Guerra. Il brano \u00e8 affidato a Sandra Mantovani che per\u00f2, il giorno della Prima, ha un improvviso calo di voce e cos\u00ec la canzone viene assegnata a Michele L. Straniero. Quando Straniero intona una strofa non prevista dal copione(<em>Traditori signori ufficiali\/questa guerra l\u2019avete voluta\/ scannatori di carne venduta\/ e rovina della giovent\u00f9<\/em>) scoppia il putiferio. La parte pi\u00f9 reazionaria degli spettatori contesta lo spettacolo. Un colonnello dei par\u00e0 grida: \u00abViva l\u2019Italia, viva gli ufficiali, andate in Russia!\u00bb. Straniero, Leydi e Crivelli vengono denunciati per vilipendio delle Forze Armate, i finanziatori del Festival ritirano il loro sostegno economico e lo \u201cscandalo\u201d di <em>Bella Ciao<\/em> finisce sulle prime pagine dei maggiori quotidiani diventando un caso nazionale. L\u2019eco polemica, per\u00f2, favorisce la visibilit\u00e0 dello spettacolo (che viene replicato decine di volte) e, indirettamente, della musica popolare: il vinile di <em>Bella ciao<\/em> vende 100.000 copie.<\/p>\n\n\n\n<p>Contrapposta agli inni patriottici-nazionalisti della Grande Guerra &#8211; <em>Monte Grappa, La campana di San Giusto <\/em>o<em> <a>La canzone del Piave<\/a><\/em> -tesi a rappresentare il conflitto in modo idilliaco, <em>O Gorizia tu sei maledetta<\/em> \u00e8 un canto di radicale opposizione alla guerra, un lamento contro \u201cl\u2019officina del macello\u201d. Vi si racconta la conquista della citt\u00e0 di Gorizia da parte dell\u2019esercito italiano nell\u2019estate del 1916 dopo un\u2019offensiva costata 100.000 perdite, tra italiani e austriaci, ma anche l\u2019inutilit\u00e0 della guerra, la perdita degli affetti, il dolore, la discriminazione di classe. Durissima l\u2019accusa nei confronti degli ufficiali che mandarono i soldati-contadini allo sbaraglio sotto il piombo austriaco. Un\u2019accusa fondata, hanno stabilito gli storici:<a id=\"_ftnref1\" href=\"#_ftn1\">[1]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" width=\"1000\" height=\"500\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/205.-A-quelli-che-non-sono-tornati.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1868\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n<p><em>La mattina del cinque di agosto<\/em><br><em>si muovevano le truppe italiane<\/em><br><em>per Gorizia le terre lontane<\/em><br><em>e dolente ognun si parti<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Sotto l\u2019acqua che cadeva a rovescio<\/em><br><em>grandinavano le palle nemiche<\/em><br><em>su quei monti colline gran valli<\/em><br><em>si moriva dicendo cosi<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>O Gorizia tu sei maledetta<\/em><br><em>per ogni cuore che sente coscienza<\/em><br><em>dolorosa ci fu la partenza<\/em><br><em>e il ritorno per molti non fu<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Cara moglie che tu non mi senti<\/em><br><em>raccomando ai compagni vicini<\/em><br><em>di tenermi da conto i bambini<\/em><br><em>che io muoio invocando il suo nom<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>O vigliacchi di quegli ufficiali<\/em><br><em>con le mogli sui letti di lana<\/em><br><em>schernitori di noi carne umana<\/em><br><em>questa guerra c\u2019insegna a punir<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>O Gorizia tu sei maledetta&#8230;<\/em><a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\">[2]<\/a><em><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Nei lunghi mesi di guerra i canti risuonavano ovunque: nelle trincee, nelle retrovie, durante le marce, nelle lunghe ore di attesa sotto la pioggia, la neve. Il canto aiutava i soldati a superare la disumanit\u00e0 della guerra, la fatica, la paura della morte. Il canzoniere era quello in uso in osteria, durante il lavoro o nei momenti di festa: canti narrativi, parodie, stornelli. Oltrech\u00e9 un momento di convivialit\u00e0, in trincea il canto diventa un modo per rafforzare i legami fra soldati che hanno lingue e culture differenti, tutti accomunati dalla tragedia della guerra. I testi dei canti si trasformano: le antiche ballate &#8211; originariamente in lingua dialettale \u2013 vengono modificate per adattarsi alle vicende della guerra; si fa largo la lingua italiana che diventa mezzo di comunicazione unificante e comprensibile a tutti per manifestare sentimenti, affetti, ansie, paure. Nelle trincee del Carso l\u2019italiano diventa linguaggio condiviso, idioma nazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo processo di italianizzazione nasce un\u2019altra famosissima canzone di protesta contro la Grande Guerra, <em>Fuoco e mitragliatrici<\/em>.<a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\">[3]<\/a> La melodia &#8211; bellissima &#8211; \u00e8 quella della canzonetta napoletana <em>Sona chitarra <\/em>(testo di Libero Bovio, musica di Ernesto De Curtis) pubblicata nella citt\u00e0 partenopea nel 1913. Il testo di <em>Fuoco e mitragliatrici<\/em> viene invece composto tra la met\u00e0 di dicembre 1915 e la fine di marzo del 1916; lo si deduce dalle localit\u00e0 menzionate: l\u2019altopiano di Doberd\u00f2, il Monte Sei Busi, il Monte San Michele, il Bosco Cappuccio (che in vari passaggi diventa Monte Cappuccio), la \u201cTrincea dei raggi&#8221; o &#8220;dei razzi&#8221;. Luoghi tristemente famosi. Accanto alla presa d\u2019atto dell\u2019ineluttabilit\u00e0 di una guerra \u201c<em>che sar\u00e0 lunga un\u2019eternit\u00e0<\/em>\u201d, nella canzone affiora una coscienza antimilitarista ormai matura: non vi \u00e8 solo la denuncia dell\u2019irragionevolezza del conflitto ma anche l\u2019amara constatazione della sproporzione tra costi in vite umane e conquiste territoriali, tra sangue versato e terra espugnata. Richiamando una strofa dell\u2019originale <em>Sona chitarra<\/em>, canta Barab\u00e0n nel CD <em>Voci di trincea<\/em>:<\/p>\n\n\n\n<p><em>S\u00f2na, chitarra, s\u00f2na,<br>t\u2019\u00e8 rumm\u00e0sa una corda<br>si pur\u2019essa se scorda,<br>fernisce \u2018e sun\u00e0<a href=\"#_ftn4\" id=\"_ftnref4\"><strong>[4]<\/strong><\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Non ne parliamo di questa guerra<br>che sar\u00e0 lunga un\u2019eternit\u00e0<br>per conquistare un palmo di terra<br>quanti fratelli son morti di gi\u00e0<br><br>Trincea dei razzi, maledizione,<br>quanti fratelli son morti lass\u00f9<br>finir\u00e0 dunque \u2018sta flagellazione<br>di questa guerra non se ne parli pi\u00f9<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Fuoco e mitragliatrici<\/em><br><em>si sente il cannone che spara<br>per conquistar la trincea:<br>Savoia! si va<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Da Monte Nero a Monte Cappuccio<br>fino all\u2019altura di Doberd\u00f2<br>un reggimento pi\u00f9 volte distrutto<br>alfine indietro nessuno torn\u00f2<br><br>Fuoco e mitragliatrici &#8230;.<\/em><a id=\"_ftnref5\" href=\"#_ftn5\">[5]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019area delle <em>Quattro province<\/em> (PV, PC, GE, AL) si cantano sulla stessa melodia di <em>Sona chitarra\/Fuoco e mitragliatrici<\/em> alcune strofe dette <em>I disertori <\/em>che tuttavia, riprendendo alcuni passaggi dalla <em>Marcia a Trento e Trieste<\/em> (<em>Tuona il cannone tuona\/ tuona sugli altipiani\/ e noi da bravi italiani\/ dobbiamo marciar<\/em>), capovolgono il significato protestatario di <em>Fuoco e mitragliatrici<\/em> per diventare una goffa e triste invettiva patriottico-nazionalista in cui si arriva ad invocare la pena di morte per i disertori. Nel 1985 ho raccolto questo frammento a San Martino di Varzi (PV):<br><br><em>Voialtri disertori<\/em><br><em>non la volete ancora capire<\/em><br><em>oggi la guerra \u00e8 finita<\/em><br><em>e vi tocca morir<\/em><br><br><em>Tuona il cannone tuona<\/em><br><em>tuona sugli altipiani<\/em><br><em>e noi da bravi italiani<\/em><br><em>dobbiamo marciar<\/em><br><br><em>Lontan dai genitori<\/em><br><em>commessi tanti errori<\/em><br><em>oggi la guerra \u00e8 finita<\/em><br><em>e vi tocca morir.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br>Se l\u2019uso in trincea di <em>Fuoco e mitragliatrici<\/em> \u00e8 attestato da diverse testimonianze, sembra certo che le strofe de <em>I disertori<\/em>, scritte successivamente al 4 novembre 1918, non siano mai state cantate durante il conflitto<em>. <\/em>Lo stesso, peraltro, vale per <em>La canzone del Piave <\/em>composta negli ultimi mesi di guerra e del tutto sconosciuta ai soldati.<\/p>\n\n\n\n<p>In talune versioni di <em>Fuoco e mitragliatrici<\/em> compare la formula piuttosto diffusa nel canzoniere di protesta che recita: \u201c<em>quei<\/em> <em>vigliacchi di quei signori<\/em>\u201d, una durissima invettiva nei confronti dell\u2019elite interventista che volle l\u2019entrata in guerra dell\u2019Italia salvo poi rimanere lontano dalle tragedie del fronte. Nell\u2019estate del 1983, insieme a Giuliano Grasso, ho documentato questa formula in un\u2019altra canzone di protesta contro la Grande Guerra, <em>Monte Nero<\/em>. Eva Tagliani, una contadina di Colleri (PV), ce la cant\u00f2 dopo qualche esitazione: si trattava di una canzone proibita sia durante la guerra che nel ventennio fascista e la signora non era tanto sicura che nel frattempo fosse divenuta legale\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><em>Spunta l&#8217;alba del ventiquattro maggio\/ comincia &#8216;l fuoco l&#8217;artiglieria<\/em><br><em>il Terzo Alpino per la via\/ il Monte Nero per conquistar<\/em><br><br><em>O Monte Nero in dove sei\/ o traditore della vita mia<\/em><br><em>io lasciato la casa mia\/ per venirti a conquistar<\/em><br><br><em>Per conquistare il Monte Nero\/ abbiam perduto molti compagni<\/em><br><em>o che nel fior deli suoi vent&#8217;anni\/ la loro vita non ritorna pi\u00f9<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>O Monte Nero in dove sei\/ o quante volte t&#8217;ho &#8216;traversato<\/em><br><em>e nella neve e nel gelato\/ io mi credevo di morir<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>E dal Cadore al Monte Santo\/ c&#8217;\u00e8 tuto pieno di valanghe<\/em><br><em>c&#8217;\u00e8 tuti i fossi \u00f2 pien di sangue\/ e tuto sangue di giovent\u00f9<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ma quei vigliacchi di quei signori\/ che han voluto questa guerra<\/em><br><em>noi poverini tuti in guerra\/ e lor van spaso per la citt\u00e0<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>O Italia come la pensi\/ i magazzini pien di grano<\/em><br><em>ma il soldato italiano\/ della fame lo fai mor\u00ec<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>O Italia come la pensi\/ con il tuo popolo cos\u00ec ardente<\/em><br><em>e non ti hanno mai fatto niente\/ perch\u00e9 ora ci vuoi trad\u00ec<\/em><a id=\"_ftnref6\" href=\"#_ftn6\">[6]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>In queste strofe, forse scritte dal soldato Domenico Borella nel giugno del 1915 dopo la conquista del Knr utilizzando la melodia di preesistenti canti di carcere e malavita, emerge il contrasto di \u201cclasse\u201d fra i signori \u201c<em>che han voluto questa guerra<\/em>\u201d e vanno a \u201c<em>spasso per la citt\u00e0<\/em>\u201d e i soldati abbandonati a s\u00e9 stessi. Non mancano la denuncia delle ingiustizie e l\u2019accusa contro le classi dominanti che pur avendo \u201c<em>i magazzini pieni di grano<\/em>\u201d lasciano morire di fame i soldati.<a id=\"_ftnref7\" href=\"#_ftn7\">[7]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" width=\"800\" height=\"400\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/187.-Voci-di-trincea-1-e1658556853757.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1663\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Canzoni sovversive, le chiamavano. Ma quale era lo scenario in cui nascevano questi canti?<\/p>\n\n\n\n<p>Uno scenario terribile. Lo racconta uno scritto del Comando della Terza Armata: \u201cUna trincea scavata in gran parte nella viva roccia [\u2026] saliva verso i margini estremi dell\u2019Altipiano Carsico [\u2026]&nbsp; Profonde fasce di reticolati, fissati e cementati alla roccia, seguivano le sporgenze e i rientranti della trincea, proteggendola a modo di baluardo. I soldati d\u2019Italia vi si lanciarono contro cantando: carne viva contro ferro, spirito contro roccia. La nostra artiglieria non riusciva a mordere il groviglio delle difese; i fanti procedevano tra fili di ferro spinati e laceranti attanagliandoli ad uno ad uno pazientemente e allontanandoli con le mani insanguinate. Le giovani vite si sacrificavano a migliaia, serenamente. [\u2026] Pochi tornavano, i pi\u00f9 morivano; parecchi, straziati dalla mitraglia, giacevano per ore tra le due attigue trincee, riempiendo la notte di grida\u201d.<a href=\"#_ftn8\" id=\"_ftnref8\">[8]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Un veloce accenno merita il <em>corpus<\/em> di strofe satiriche, dette anche &#8220;<em>strofette del Bim bim bom<\/em>&#8220;, diffuse in tutto l\u2019esercito italiano. Costruite su un modulo linguistico-musicale elementare, del tutto simile allo stornello, queste composizioni si caratterizzano per essere il luogo tipico dell\u2019improvvisazione, il canale privilegiato per una sorta di &#8220;controinformazione\u201d di guerra prodotta degli stessi soldati. Irriverenti, canzonatrici, beffarde e graffianti, ebbero come principale bersaglio l\u2019odiato generale Cadorna, primo responsabile della catastrofe di Caporetto, ma anche i Savoia, gli imboscati, la moglie (e pi\u00f9 raramente la figlia) di Cecco Beppe. Ecco qualche esempio tratto dall\u2019album di Barab\u00e0n <em>Voci di trincea<\/em>:<\/p>\n\n\n\n<p><em>Il general Cadorna<br>ha detto alla regina<br>\u201cSe vuoi veder Trieste<br>t\u2019la mando in cartolina\u201d<br><br>Bim bim bom<\/em><br><em>e l\u2019Italia la va al bal\u00f2n<br><br>Il general Cadorna<br>si mangia le bistecche<br>e ai poveri soldati<\/em><br><em>d\u00e0 le castagne secche<\/em><br><em><br>Bim bim bom\u2026<br><br>Il general Cadorna<br>ha comprato delle vacche<br>c\u2019\u00e8 il Novantanove<br>che beve ancora il latte<br><br>Bim bim bom\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>La figlia di Cecco Beppe<br>\u00e8 una gran putana<br>lei ha piant\u00e0 il casino<br>sul grosso Col di Lana<br><br>Bim bim bom\u2026<\/em><a href=\"#_ftn9\" id=\"_ftnref9\">[9]<\/a><em><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Se, talvolta, il contenuto di queste strofette \u00e8 del tutto simile al pi\u00f9 volgare e infimo repertorio di caserma, in altri casi, esso \u00e8 del tutto innocuo; tuttavia, nel contesto bellico, questi testi furono giudicati un pericoloso elemento di disfattismo, la loro esecuzione repressa e i responsabili deferiti ai tribunali militari. Si fece di tutto per evitare che <strong>idee, pensieri e canti pacifisti e neutralisti <\/strong>dilagassero nell\u2019esercito e nell\u2019opinione pubblica. Erano<strong> considerati anti-italiani, anti-patriottici, disfattisti.<\/strong><br>In realt\u00e0, dietro la protesta e il presunto \u201cdisfattismo\u201d di questi canti, c\u2019era il profondo malessere e la sofferenza di milioni di giovani, in gran parte contadini e semi analfabeti, mandati a combattere una guerra voluta da una minoranza rumorosa e aggressiva, in condizioni a dir poco disumane. <\/p>\n\n\n\n<p>Seicentocinquantamila di loro, non tornarono pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\">[1]<\/a> F. Castelli, E. Jona, A. Lovatto, <em>Al rombo del cannon. Grade Guerra e canto popolare<\/em>, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2018.<\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"_ftn2\" href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> Barab\u00e0n<em>, Voci di trincea. Concerto per la Grande Guerra<\/em>, CD, Gaggiano, ACB, 2015.<br><br><a id=\"_ftn3\" href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> La versione pi\u00f9 nota fu raccolta da Roberto Leydi ad Alfonsine (RA) nei primi anni Sessanta.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref4\" id=\"_ftn4\">[4]<\/a> <em>S<\/em><em>uona chitarra suona\/ ti \u00e8 rimasta una corda\/ se anch\u2019essa si scorda\/ finisci di suonare<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref5\" id=\"_ftn5\">[5]<\/a> <a>Barab\u00e0n, <em>Voci di trincea<\/em>, cit.<\/a><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref6\" id=\"_ftn6\">[6]<\/a> Aurelio Citelli e Giuliano Grasso (a cura di), <em>Eva Tagliani. La voce delle mascherate<\/em>, CD, Associazione culturale Barab\u00e0n, ACB\/CD12, 2000.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref7\" id=\"_ftn7\">[7]<\/a> Franco Castelli, Emilio Jona, Alberto Lovatto, <em>Al rombo del cannon. Grande Guerra e canto popolare<\/em>, cit. p. 602.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref8\" id=\"_ftn8\">[8]<\/a> Cesare Bermani, <em>\u201cGuerra&nbsp; guerra ai palazzi e alle chiese\u2026 Saggi sul canto sociale\u201d<\/em>, Roma, Odradek, 2003, p. 144.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref9\" id=\"_ftn9\">[9]<\/a> Barab\u00e0n, <em>Voci di trincea<\/em>, cit. Traduzione del ritornello: <em>Bim, bim, bom e l\u2019Italia va in pallone.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pubblicato sulla fanzine Charge l&#8217;articolo di Aurelio Citelli &#8220;Traditori signori ufficiali. 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