{"id":8219,"date":"2025-01-20T15:07:09","date_gmt":"2025-01-20T16:07:09","guid":{"rendered":"https:\/\/baraban.it\/web\/?p=8219"},"modified":"2025-03-22T13:42:26","modified_gmt":"2025-03-22T14:42:26","slug":"nord-sud","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/baraban.it\/web\/2025\/01\/20\/nord-sud\/","title":{"rendered":"NORD SUD"},"content":{"rendered":"\n<h3>L&#8217;insospettabile resistenza dei repertori popolari nell&#8217;Italia settentrionale. E quella dell&#8217;Istituto De Martino, emigrato in Toscana ma di nuovo in pista con Ivan Della Mea<\/h3>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" width=\"526\" height=\"96\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/430-il-manifesto.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-8220\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ripubblichiamo un articolo di Aurelio Citelli apparso sul quotidiano <strong>il manifesto\/Ultrasuoni<\/strong> il 26 gennaio 1997.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>NORD SUD<\/strong><br>di Aurelio Citelli<\/p>\n\n\n\n<p>Quando , negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, si avvi\u00f2 anche nel nostro paese una sistematica ricerca sulla musica popolare, era diffusa l&#8217;opinione che il Nord Italia, profondamente segnato dalle trasformazioni economiche e sociali, ormai non potesse offrire che poche testimonianze della sua cultura tradizionale. Le campagne di ricerca compiute nelle regioni del Settentrione a partire dagli anni Sessanta, hanno invece documentato una insospettabile permanenza di repertori, di stili e di forme espressive legate alla cultura tradizionale. Oltre a rilevare i testi contenuti nelle raccolte dell&#8217;Ottocento le ricerche etnomusicologiche mettono in luce repertori vocali e strumentali fino ad allora sconosciuti.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gianni Bosio<\/strong>, <strong>Roberto Leydi<\/strong>, <strong>Franco Coggiola<\/strong>, <strong>Cesare Bermani<\/strong>, <strong>Bruno Pianta<\/strong>, <strong>Pietro Sassu<\/strong>, solo per citare alcuni fra i ricercatori pi\u00f9 attivi nel nord Italia, battono a tappeto le campagne della pianura padana, setacciano intere valli dell&#8217;arco alpino e degli Appennini, registrano su nastro magnetico migliaia di documenti sonori: canti, musiche strumentali, voci e suoni di momenti rituali. Il loro lavoro non si limita al rilevamento &#8220;asettico&#8221; del patrimonio musicale. Il contatto diretto con i cantori e i suonatori popolari, e con il loro contesto sociale, favorisce una particolare attenzione per i contenuti, il valore e la funzione della musica popolare. Si raccolgono innumerevoli testimonianze sul lavoro e la vita quotidiana di braccianti, filandiere, minatori e pastori. Le indagini, inizialmente indirizzare soprattutto nei confronti del mondo contadino, si allargano successivamente alla cultura operaia, al mondo marginale, alla cultura del vagabondaggio e della malavita, alla cultura della &#8220;lingera&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>Insieme a repertori prima sconosciuti come quello delle musiche violinistiche del carnevale di <strong>Bagolino<\/strong> (BS) o del <strong>peinfro<\/strong> (oboe popolare diffuso nell&#8217;area delle &#8220;Quattro Province&#8221;), negli anni Sessanta e Settanta si &#8220;scoprono&#8221; esecutori popolari di grande levatura. E&#8217; il caso del violinista di Monghidoro <strong>Melchiade Benni<\/strong>, della <strong>Famiglia Bregoli<\/strong> di Pezzaze (Bs), del pifferaio <strong>Ernesto Sala<\/strong>, delle <strong>Sorelle Bettinelli<\/strong> e di molti altri interpreti in possesso di tecniche e repertori di grande valore.<\/p>\n\n\n\n<h4>Una raccolta di storie cantate<\/h4>\n\n\n\n<p>Se molte delle registrazioni &#8220;su campo&#8221; effettuate a partire dagli anni &#8217;60 vengono conservate nelle nastroteche personali dei ricercatori (importantissima quella di Roberto Leydi), diversi sono i centri e gli archivi, pubblici e privati, che negli ultimi decenni sono sorti proprio con lo scopo di raccogliere, studiare e pubblicare materiali sulla tradizione orale. Veri e propri &#8220;archivi della memoria orale&#8221;, questi centri conservano un patrimonio prezioso per la conoscenza della nostra cultura musicale popolare e della nostra storia. Purtroppo, a parte rare eccezioni costituite dagli archivi pubblici realizzati grazie all&#8217;intelligenza di qualche amministratore, la maggior parte di essi sopravvive faticosamente, senza risorse adeguate e nella pi\u00f9 totale indifferenza delle istituzioni. Mentre in tutti i paesi europei si tutela e si valorizza il patrimonio musicale popolare, in Italia lo si lascia morire.<\/p>\n\n\n\n<p>Emblematica \u00e8 la figura di <strong>Teresa Viarengo<\/strong>, astigiana, forse la migliore esecutrice popolare di &#8220;storie cantate&#8221; documentata in Europa. Fra il 1964 e il 1966, Franco Coggiola e Roberto Leydi registrano dalla Viarengo oltre trecento fra canzoni e ballate. Quasi tutte quelle della grande raccolta di Costantino Nigra <em>Canti popolari del Piemonte<\/em>, del 1888, spesso con testi pi\u00f9 integri.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/RobertoLeydi2-Libro-Scianna.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5879\" width=\"713\" height=\"498\"\/><figcaption>Roberto Leydi, Firenze, primi anni Sessanta. <\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Fra i centri attivi nel nord Italia meritano di essere segnalati: l&#8217;<strong>Istituto Ernesto De Martino<\/strong> (Milano), l&#8217;<strong>Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Regione Lombardia<\/strong> (Milano), il <strong>Centro etnografico provinciale<\/strong> (Piacenza), il <strong>Centro etnologico canavesano<\/strong> (Bajo Dora, TO), l&#8217;<strong>Istituto demologico ligure<\/strong> (Genova), il <strong>Centro di cultura popolare &#8220;G. Ferraro&#8221;<\/strong> (Alessandria), il <strong>Centro etnografico ferrarese<\/strong> (Ferrara), l&#8217;<strong>Associazione valdostana degli archivi sonori<\/strong> (Aosta), il <strong>Laboratorio di musica popolare<\/strong> dell&#8217;Istituto per i beni culturali della regione Emilia Romagna (Bologna).<\/p>\n\n\n\n<p>Un punto di riferimento fondamentale per l&#8217;attivit\u00e0 di molti ricercatori e studiosi della cultura orale \u00e8 l&#8217;<strong>Istituto Ernesto De Martino<\/strong>. Sorto a Milano all&#8217;inizio degli anni &#8217;60 sulla spinta di <strong>Gianni Bosio<\/strong>, negli scorsi decenni ha promosso numerose campagne di ricerca in tutta Italia, pubblicato volumi e collane discografiche, organizzato mostre e convegni. Attualmente possiede circa 12 mila ore di registrazioni, una delle pi\u00f9 consistenti raccolte europee di documenti sull&#8217;espressivit\u00e0 contadina e operaia. Qualche anno fa, sfrattato dalla storica sede milanese di via Melzo, l&#8217;Istituto \u00e8 stato costretto a trasferirsi a <strong>Sesto Fiorentino<\/strong>, in Toscana. Nessuna istituzione milanese \u00e8 intervenuta per trattenere il De Martino in citt\u00e0. Dopo un periodo assai difficile, oggi, grazie anche all&#8217;aiuto della Regione Toscana e del ministero dei Beni Culturali, l&#8217;Istituto ha ripreso vitalit\u00e0. Numerosi i progetti gi\u00e0 avviati o in cantiere: dal ritorno del bollettino <em>Il De Martino<\/em> alla pubblicazione di tutti gli scritti di Gianni Bosio, dalla predisposizione di un software per la catalogazione fino all&#8217;organizzazione nella primavera del &#8217;97 del convegno-seminario <em>Il canto della protesta sociale oggi<\/em>, in concomitanza con la terza rassegna <strong>in\/Canto<\/strong> a cui parteciperanno <strong>Cantovivo<\/strong>, <strong>Barab\u00e0n<\/strong>, <strong>Paolo Pietrangeli<\/strong> e <strong>Daniele Sepe<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<h4>Primo, salvare i nastri<\/h4>\n\n\n\n<p>Intanto, il 14 settembre scorso, l&#8217;Istituto ha riaperto le sue &#8220;nuove&#8221; porte. &#8220;Il problema pi\u00f9 urgente &#8211; dice <strong>Ivan Della Mea<\/strong>, nuovo direttore del De Martino subentrato a Franco Coggiola, scomparso nel 1996 &#8211; \u00e8  salvare i nastri. Nei prossimi anni saremo impegnati a trasferire su cd i documenti contenuti nei 5.700 nastri che costituiscono l&#8217;archivio sonoro del De Martino, il <strong>Fondo Bermani<\/strong>, il <strong>Fondo Portelli<\/strong>, il <strong>Fondo Mimmo e Sandra Boninelli<\/strong>, ma anche interessanti raccolte sul Maggio francese e sulla Rivoluzione portoghese. Contemporaneamente verr\u00e0 avviata la catalogazione dei documenti con un software adeguato&#8221;.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/431.-ivan_della_mea_in_concerto.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-8221\" width=\"500\" height=\"386\"\/><figcaption>Ivan Della Mea<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Il salvataggio dei documenti sonori raccolti negli scorsi decenni, il loro trasferimento su supporti che garantiscono una maggiore conservazione e una fruizione pi\u00f9 rapida, la catalogazione informatizzata di canti, musiche, fiabe e testimonianze, la messa &#8220;in rete&#8221; di suoni e immagini in forma multimediale, sono alcune delle problematiche che oggi devono affrontare gli archivi sonori e i centri etnografici.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;esperienza che sta compiendo l&#8217;<strong>Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Regione Lombardia<\/strong>, diretto da Bruno Pianta, \u00e8 sicuramente fra le pi\u00f9 avanzate a livello europeo nei campi della conservazione,  catalogazione, studio e dell&#8217;accesso dei documenti sonori, visivi e cartacei. L&#8217;ufficio, che dalla met\u00e0 degli anni &#8217;70 ha realizzato molte pubblicazioni di alto livello scientifico (15 volumi della serie <em>Mondo popolare in Lombardia<\/em>, 11 album-Lp e 5 film a carattere etnografico), ha da tempo avviato la trascrizione dei nastri, su dat e cd, e la catalogazione computerizzata dei materiali depositati presso i suoi archivi. I documenti sonori e cartacei gi\u00e0 schedati sono oltre 14 mila e in fase avanzata anche la catalogazione del patrimonio visivo, pi\u00f9 di 200 mila immagini a carattere etnografico e storico-sociale. Per consentire la consultazione organica dell&#8217;intero patrimonio, l&#8217;archivio si sta attrezzando con sistemi software che permetteranno l&#8217;integrazione delle fonti sonore con le risorse dell&#8217;archivio fotografico in una architettura <em>client-service<\/em> (&#8220;in rete&#8221;).<\/p>\n\n\n\n<p>Le biblioteche, i musei, i centri culturali o i semplici utenti della <strong>Rete culturale della Regione Lombardia<\/strong>, e  quelli di <strong>Internet<\/strong>, potranno consultare &#8220;in rete&#8221; l&#8217;intera bibliografia, discografia e filmografia del carnevale di Bagolino. Ma non solo. Potranno ascoltare brani delle danze rituali <strong>bagosse<\/strong>, edite e non, visionare e stampare trascrizioni musicali, testi e immagini. Visto l&#8217;andazzo, non \u00e8 poco.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019insospettabile resistenza dei repertori popolari nell\u2019Italia settentrionale. 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