{"id":902,"date":"2022-04-22T06:32:00","date_gmt":"2022-04-22T07:32:00","guid":{"rendered":"https:\/\/baraban.it\/web\/?p=902"},"modified":"2026-02-14T15:53:02","modified_gmt":"2026-02-14T16:53:02","slug":"su-strumentimusica-unintervista-a-baraban","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/baraban.it\/web\/2022\/04\/22\/su-strumentimusica-unintervista-a-baraban\/","title":{"rendered":"Barab\u00e0n su Strumenti&#038;Musica"},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"has-large-font-size\">I monelli del folk. <br>Aurelio Citelli racconta i Barab\u00e0n<\/h2>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.strumentiemusica.com\/author\/claudiabonadonna\/\">di Claudia Bonadonna<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Una storia che parte da lontanissimo, dal 1982. Una ricerca \u201csul campo\u201d che diventa recupero della tradizione (soprattutto quella contadina dell\u2019Italia settentrionale), un\u2019attitudine alla commistione che fa mescolare strumenti classici e moderne tecnologie digitali, canti di protesta e danze carnevalesche, vecchi dialetti e letteratura contemporanea. Aurelio Citelli racconta i Barab\u00e0n.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"1024\" height=\"682\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/strumenti-musica-fisarmonica-accordion-magazine-baraban-villa-arconati-foto-elena-piccini-1024x682.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-903\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p><strong>Barab\u00e0n, ovvero \u201cvecchio, monello, sovversivo, ribelle, vagabondo\u201d. Mi sembra che gi\u00e0 la scelta del nome sia una sorta di dichiarazione di intenti, \u00e8 cos\u00ec? Come nascono i Barab\u00e0n?&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 cos\u00ec. Fin dall\u2019esordio abbiamo preferito essere un po\u2019 fuori dal coro, monelli, Barabba, proprio come i milanesi della rivolta del 6 febbraio 1853. Li chiamavano Barab\u00e0n. Ma questo nome, che deriva dall\u2019aramaico \u201cbar aba\u201d, il figlio del maestro, significa anche molto altro: \u00e8 il nome di un ballo dell\u2019Appennino bolognese, di un rito pasquale delle colline pavesi, del diavolo, del temporale, di bellissime musiche ebraiche. E, non meno importante, \u00e8 il cognome di tante famiglie europee. Una sera a Nancy, in Francia, prima di un concerto, alcuni giovani si presentarono al palco con la carta d\u2019identit\u00e0 in mano chiedendoci: \u201cPerch\u00e9 vi chiamate come noi?\u201d. Erano i nipoti di ebrei polacchi emigrati in Francia, fortunatamente sopravvissuti all\u2019olocausto.<br>Quando siamo nati \u2013 tutto cominci\u00f2 nell\u2019autunno del 1982, a Milano, nella sede che era stata di&nbsp;<em>Re Nudo<\/em>&nbsp;(1) \u2013 ci eravamo posti l\u2019obiettivo di conoscere e ricostruire il panorama sonoro della regione lombarda: studiare le ballate, ricostruire e rimettere in funzione la&nbsp;<em>Musa<\/em>&nbsp;(la cornamusa delle Quattro province abbandonata da mezzo secolo), conoscere le danze del carnevale di Ponte Caffaro e Bagolino, i canti della Merla della pianura cremonese, i balli da&nbsp;<em>Piffero<\/em>. C\u2019era l\u2019urgenza di registrare i canti pasquali dell\u2019Appennino, le suonate degli ultimi violinisti dell\u2019Oltrep\u00f2, le musiche natalizie del Milanese. Un lavoro di ricerca che Giuliano Grasso (violino) ed io, dopo aver raccolto le musiche degli &#8220;altri&#8221; in Irlanda, Bretagna e Berry, abbiamo intrapreso qui, nelle valli bresciane, nelle&nbsp;<em>Quattro province<\/em>, in Valtellina ma anche nel grigio e contaminato \u2013 sotto il profilo culturale e non solo \u2013&nbsp;hinterland milanese. Con noi, a fondare il gruppo, c\u2019erano Vincenzo Caglioti (organetto diatonico) e il poliedrico Guido Montaldo (piffero, flauti, voce). E il nostro primo 33 giri,&nbsp;<em>Musa di pelle, pinfio di legno nero<\/em>, del 1984, si apriva proprio con una suite natalizia milanese, la&nbsp;<em>Piva<\/em>, da noi registrata a Rosate (MI). Poi, a partire dal secondo LP&nbsp;<em>Il valzer dei disertori<\/em>, sono entrate nel nostro sentire anche tematiche come le guerre, l\u2019antisemitismo, la violenza sulle donne, l\u2019emigrazione, i passaggi clandestini.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Mi piace molto l\u2019idea che vi definiate non solo musicisti ma anche ricercatori, mi spiegate quest\u2019attitudine?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La ricerca etnomusicale \u00e8 stata fondamentale per assimilare i codici e i meccanismi della musica popolare, e per costruire un repertorio originale. Ma \u00e8 stata anche una scuola di vita. L\u2019indagine&nbsp;<em>su campo<\/em>, come si diceva con una bella espressione quasi contadina, non permette solo di conoscere repertori e stili di ex minatori, violinisti, mondine, sarte e camionisti; consente di entrare nel loro mondo, nelle loro case, nelle loro vite. \u00c8 un lavoro che ci hanno trasmesso figure come Roberto Leydi e Bruno Pianta che non si sono occupati solo dell\u2019estetica delle musiche di tradizione ma hanno cercato di svelare il significato di un ballo di morte e resurrezione come la&nbsp;<em>Povera donna<\/em>&nbsp;o di far emergere le frustrazioni della donna contenute in una ninna nanna. Hanno dato, cio\u00e8, un\u2019impronta sociale alla ricerca etnomusicologica. Sulle loro tracce, ci siamo occupati anche di repertori marginali, o apparentemente marginali, snobbati, specie dal cosiddetto \u201cmondo folk\u201d: le musiche natalizie delle bandelle, i canti rituali dell\u2019Epifania, le suonate per campane, il repertorio delle mondariso lomelline, i canti rituali sacri e profani dell\u2019Appennino. Accanto a ci\u00f2 vi \u00e8 stato, ad opera di Giuliano Grasso, un grande lavoro di ricognizione e studio dei fondi musicali conservati negli archivi pubblici e privati e un\u2019opera di valorizzazione del repertorio violinistico. Nel nostro piccolo, ci siamo sforzati di rinnovare i metodi d\u2019indagine e le modalit\u00e0 di documentazione utilizzando tutti gli strumenti a disposizione: la registrazione di musiche e memorie ma anche il video, la fotografia, la raccolta di partiture e perfino di filmini 8mm.<strong><a href=\"http:\/\/www.baraban.it\/accordion-music-magazine\/wp-content\/uploads\/strumenti-musica-fisarmonica-accordion-magazine-aurelio-citelli-etetrad-foto-roger-berthod.jpg\"><\/a><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Nella vostra lunghissima storia c\u2019\u00e8 una grande commistioni di fonti e di generi: dalla tradizione musicale del nord Italia a quella yiddish, dai canti arcaici dell\u2019Appennino allo swing, addirittura. Come riuscite a tenere insieme tutto? E come trovate le vostre ispirazioni?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Da anni lavoriamo a spettacoli e progetti discografici tematici: le musiche dell\u2019arco Alpino, la donna, i suoni della valle del Po, la Grande Guerra, il Natale, l\u2019Olocausto. Cerchiamo ispirazione nei repertori di tradizione orale, nei materiali che noi ed altri hanno raccolto: senza considerarli una gabbia, un mondo chiuso, ma un\u2019opportunit\u00e0, un modo diverso per fare musica, per comunicare, per emozionare e far divertire. Cerchiamo di seguire un filo coerente, non raramente avvalendoci della poetica e dell\u2019opera di grandi artisti. Che insegnano sempre tanto.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignleft size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2021\/10\/142.-Aurelio-Citelli_Etetrad.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1354\" width=\"437\" height=\"228\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n<p><strong>Ho notato un certo amore per De Andr\u00e9 (penso alla vostra ricorrente partecipazione al progetto Canti Randagi). Com\u2019\u00e8 stato confrontarsi col mito e col lascito del grande Faber?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Impegnativo. Ci siamo sempre avvicinati alla sua poesia con grande responsabilit\u00e0, in punta di piedi ma anche osando in libert\u00e0. De Andr\u00e9 \u00e8 certamente l\u2019autore che sentiamo pi\u00f9 vicino. Oltre alla profondit\u00e0 della sua poetica, ci interessava il suo amore per le culture e le lingue altre, l\u2019uso di sonorit\u00e0 popolari. Fu Andrea Del Favero a coinvolgerci in&nbsp;<em>Canti randagi 1<\/em>&nbsp;in cui proponemmo in lingua dialettale&nbsp;<em>Canzone del Maggio<\/em>: l\u2019avevamo scelta perch\u00e9, da milanesi, ci sembrava quella pi\u00f9 vicina al nostro sentire. Per anni \u00e8 stata il nostro cavallo di battaglia. Ricordo che alla presentazione del disco che si tenne al Teatro Manzoni di Monza, quando Faber not\u00f2 sulla porta dei camerini la scaletta dei gruppi che si dovevano esibire quella sera, alla vista di Barab\u00e0n, che aprivano la serata, disse: \u201cBarab\u00e0n, loro fanno&nbsp;<em>Canzone del Maggio<\/em>\u201d. Di ogni gruppo conosceva il brano reinterpretato.&nbsp;<em>Canti randagi<\/em>&nbsp;\u00e8 stata un\u2019esperienza interessante: grazie a quel progetto abbiamo girato l\u2019Italia con artisti del calibro di Elena Ledda e Peppe Barra, ci siamo confrontati con un pubblico vasto. Per&nbsp;<em>Canti randagi 2<\/em>&nbsp;ci chiesero, ancora, di tradurre un brano in dialetto lombardo. L\u2019operazione ci sembr\u00f2 un po\u2019&nbsp;<em>d\u00e9j\u00e0-vu<\/em>, passatista. Anche perch\u00e9 quella lingua \u00e8 inesistente, buona solo per la propaganda razzista. Cos\u00ec, da monelli, abbiamo scelto&nbsp;<em>Fiume Sand Creek<\/em>&nbsp;attualizzandola parlando di donne, uomini e bambini che muoiono nel Mediterraneo, e mescolando strofe in dialetto milanese a versi in albanese, arabo, esperanto, a termini tratti dal berbero, dal genovese e dalla poetica di Franco Loi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La commistione con la letteratura non \u00e8 inedita per voi, anche Francesco Biamonti e Franco Loi sono fonti dichiarate nel vostro album&nbsp;<em>Terre di passo<\/em>. Com\u2019\u00e8 nato quest\u2019incontro?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Di Franco Loi abbiamo sempre amato la poetica, la cultura, il suo vissuto nella Milano popolare del Casoretto, dei cortili, delle balere con le luci colorate, dello swing. Ci colpirono molto le sue memorie sulla guerra, le bombe, la visione a Piazzale Loreto dei partigiani uccisi tra i quali c\u2019era un suo maestro. \u00c8 leggendo le pagine de&nbsp;<em>L\u2019 Angel<\/em>&nbsp;sulla Festa della Fraternit\u00e0 che si tenne a Milano nel 1945 che ho composto lo swing&nbsp;<em>14 luglio<\/em>&nbsp;rievocando nell\u2019incipit&nbsp;<em>Sola me ne vo per la citt\u00e0<\/em>, una canzone straordinaria, simbolo del ritrovarsi dopo gli anni della catastrofe. Ricordo con piacere i pomeriggi passati a casa di Franco Loi: ascoltavamo i demo delle sue liriche che musicavo (<em>Italia, I sares, La set<\/em>), discutevamo sui titoli da dare ai brani, correggeva i miei errori di dizione. Poi si parlava di tutto, di politica, poesia, dei Navigli, Milano, New York dove, mi scrisse una volta, gli sarebbe piaciuto tornare con Barab\u00e0n. Idee e suggestioni ci sono arrivate anche dalle pagine dello scrittore Francesco Biamonti, dal suo&nbsp;<em>Vento largo<\/em>, dai racconti delle terre di confine tra Italia e Francia, i passaggi clandestini sui sentieri del&nbsp;<em>Grammondo<\/em>, gli ulivi, il Maestrale. Quelle sono, da sempre, terre di passo. Come tutta quanta l\u2019Italia. Credo non sia per caso che questi tre grandi autori del nostro tempo, De Andr\u00e9, Loi e Biamonti, vengano tutti da una terra di mare, dalla Liguria, luogo di orizzonti lontani, di apertura verso altri mondi. Qualcosa vorr\u00e0 pur dire. Dall\u2019altra sponda del mare, da Sousse, era arrivata l\u2019artista tunisina Mouna Amari che abbiamo ospitato nel CD&nbsp;<em>Terre di passo<\/em>.<br><br><strong><strong>Le memorie di guerra mi sembrano un altro snodo importante della vostra poetica. Mi raccontate il progetto&nbsp;<em>Voci di trincea<\/em>?<\/strong><\/strong><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignleft size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/strumenti-musica-fisarmonica-accordion-magazine-baraban-cinisello-balsamo-foto-federico-buscarino-1024x683.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-911\" width=\"437\" height=\"292\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Qui dal mare passiamo al Carso, al Monte San Michele, a Gorizia, al Monte Nero. Tutti luoghi citati nei canti della Grande Guerra e tutti nomi che, ho ritrovato, con la stessa drammaticit\u00e0, nei fogli matricolari dei miei nonni, dei loro fratelli e cugini uno dei quali, Giovanni, di 22 anni, non torn\u00f2. Quella guerra ha rubato la vita e il futuro a milioni di giovani: oggi ci rimangono lettere, testimonianze, canzoni. Canti perlopi\u00f9 presi dal repertorio popolare, e adattati alla guerra, o di nuovo conio come la bellissima canzonetta napoletana&nbsp;<em>Sona chitarra<\/em>&nbsp;che nelle trincee del Carso diventa&nbsp;<em>Fuoco e mitragliatici<\/em>. C\u2019era tanto materiale a disposizione: come non farne uno spettacolo?&nbsp;<em>Voci di trincea<\/em>&nbsp;\u00e8 nato con un lavoro di intersezione tra canti di protesta raccolti in questi anni \u2013 come la bellissima versione di&nbsp;<em>Monte Nero<\/em>&nbsp;che ci cant\u00f2, non senza qualche timore perch\u00e9 durante il fascismo era proibita, Eva Tagliani \u2013&nbsp;testimonianze di soldati al fronte, musiche delle fanfare e immagini di repertorio. Dai&nbsp;<em>live<\/em>, perlopi\u00f9 tenuti in forti militari della Grande Guerra, teatri e scuole, abbiamo poi tratto il CD dove vi hanno suonato, oltre ai citati Caglioti, Grasso e il sottoscritto, anche Paolo Ronzio (chitarra, piffero e voce), Alberto Rovelli (contrabbasso) e Diego Ronzio (clarinetto), Donata Pinti (voce). Adesso lavora con noi anche la giovane cantante e violinista Maddalena Soler.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un\u2019ultima domanda di carattere generale. Nei tempi liquidi del nuovo millennio in cui tutto scorre come un unico flusso ininterrotto e sempre calato nel presente, quale spazio rimane secondo voi per la ricerca folk?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Tranne rare e lodevoli eccezioni, il folk di oggi non ama la ricerca, non sembra interessato ai repertori personali o di famiglia, agli stili, a conoscere il contesto sociale. Ignora chi sia stato Melchiade Benni, grande violinista dell\u2019Appennino bolognese, e non ha mai sentito parlare di Costantino Nigra. C\u2019\u00e8 un grande impoverimento culturale: siamo passati da Alan Lomax alla mazurca clandestina. In realt\u00e0 ci sarebbe tanto da fare. Basta allargare lo sguardo, aprire la mente. Penso al lavoro che ci sarebbe da fare negli archivi delle bande di paese e in quelli delle filarmoniche, alle musiche delle nuove comunit\u00e0 che popolano le nostre citt\u00e0, ai repertori degli emigrati italiani in Sud America, ai canti e alle musiche incisi sui dischi 78rpm un secolo fa, spesso reperibili all\u2019estero ma non in Italia. Non so se sia folk o altro. Ma sono patrimoni musicali e culturali che potrebbero raccontare tanto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>DISCOGRAFIA<\/strong><br><em>Musa di pelle\u2026pinfio di legno nero<\/em>\u00a0(Madau Dischi, 1984)<br><em>Il valzer dei disertori<\/em>\u00a0(Associazione Culturale Baraban, 1987)<br><em>Naquane<\/em>\u00a0(ACB, 1990)<br><em>Live<\/em>\u00a0(ACB, 1994)<br><em>La Santa Notte dell\u2019Oriente<\/em>\u00a0(ACB, 1996)<br><em>Terre di passo<\/em>\u00a0(ACB, 2002)<br><em>Venti5 d\u2019Aprile<\/em>\u00a0(ACB, 2005)<br><em>Voci di trincea<\/em>\u00a0(ACB, 2015)<br><em>Il violino di Auschwitz<\/em> (ACB, 2024)<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:14px\">(foto 1 Elena Piccini \u2013 foto 2 Roger Berthod \u2013 foto 3 Federico Buscarino)<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:14px\">(1) <em>Re Nudo<\/em> era una rivista dedicata alla cultura Underground, alla controcultura e alla controinformazione fondata a Milano nel novembre 1970 da un gruppo di artisti ed intellettuali. Fra le varie iniziative la rivista promosse alcuni raduni Pop: Il <em>Festival del Proletariato Giovanile<\/em>, il primo dei quali si svolse a Ballabio, vicino a Lecco, nel 1971. La seconda edizione si tenne a Zerbo, sul fiume Po, nel 1972.\u00a0Nel 1974 il raduno pop di <em>Re Nudo <\/em>si sposta a Milano presso il Parco Lambro. La \u00abFesta\u00bb richiama per quattro giorni, (dal 13 al 16 giugno) migliaia di spettatori con una punta eccezionale del sabato, per l&#8217;esibizione della <em>PFM<\/em>. Si avvicendarono sul palco circa trenta \u00abact\u00bb, tra gruppi e solisti: nomi celebri come Perigeo, Alan Sorrenti, Area, Premiata Forneria Marconi, Battiato, attorniati da altri gi\u00e0 parzialmente affermati (Acqua Fragile, Biglietto per l&#8217;inferno, Rocky&#8217;s Filj, Trip, Loy &amp; Altomare, Volo, Donatella Bardi, Stormy Six. Nel 1976, dal 26 al 30 giugno, si tenne nuovamente al Parco Lambro, l&#8217;ultima, travagliata edizione del <em>Festival del proletariato giovanile<\/em>, cui partecipano pi\u00f9 di quattrocentomila persone.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:14px\"><br><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Strumenti&#038;Musica pubblica un&#8217;intervista a Barab\u00e0n.<br \/>\nUna storia che parte da lontanissimo, dal 1982. Una ricerca \u201csul campo\u201d che diventa recupero della tradizione, un\u2019attitudine a mescolare strumenti classici e moderne tecnologie digitali, canti di protesta e danze carnevalesche, vecchi dialetti e letteratura contemporanea. 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