{"id":9818,"date":"2026-06-13T05:48:23","date_gmt":"2026-06-13T06:48:23","guid":{"rendered":"https:\/\/baraban.it\/web\/?p=9818"},"modified":"2026-06-23T13:30:26","modified_gmt":"2026-06-23T14:30:26","slug":"paesaggi-e-costumi-della-campagna-novarese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/baraban.it\/web\/2026\/06\/13\/paesaggi-e-costumi-della-campagna-novarese\/","title":{"rendered":"Paesaggi e costumi della campagna novarese"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>di Antonio Massara<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Rivista mensile del Touring Club Italiano, 1916<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Quel dolce piano che \u00abda Vercelli a Marcab\u00f2 dichina\u00bb, in quella parte di confini non ben definiti che si pu\u00f2 chiamare novarese e ch&#8217;\u00e8 di transizione tra la piemontese e la lombarda, si presenta come una vasta distesa di campi interrotti da corsi d&#8217;acqua, filari di pioppi, ampi cascinali, borgate invase dalle bestie e dagli arnesi agricoli. Per tutto domina, verdeggiante di primavera, biondeggiante d&#8217;autunno la serie degli stagni plumbei, innumerevoli, destinati alla coltivazione del riso. Poeti ed artisti sembrano abbandonar volontieri questa campagna feconda, che all&#8217;osservatore superficiale par monotona ed uguale, per risalire verso le vallate dominate dal Rosa, rallegrate dallo specchio dei laghi celebri per panorami e costumi pittoreschi.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure, forse pi\u00f9 qui che nei paesi beneficiati da molta ammirazione convenzionale c&#8217;\u00e8 da ricercare una verginit\u00e0 di visione.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" width=\"927\" height=\"529\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Luigi-Steffani-Una-risaia-1864-olio-su-tela-92-x-1585-cm-Milano-Galleria-dArte-Moderna-.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-9828\"\/><figcaption>Luigi Steffani, <em>Una risaia<\/em> (1864), olio su tela, Milano, Galleria d\u2019Arte Moderna.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Nella Galleria d&#8217;Arte moderna di Milano c&#8217;\u00e8 forse un solo quadro, quello di Luigi Steffani che qui riproduciamo, che s&#8217;ispira al tema solenne della risaia. Dobbiamo esser grati all&#8217;artista che ci ha dato una visione di lavoro campestre sfuggendo cos\u00ec alla maniera idillica come alle preoccupazioni di propaganda sociale. Quella terra divisa in stagni simmetrici, chiusa in lontananza dai pioppi, cos\u00ec segnata dall&#8217;impronta faticosa degli uomini e pur riplasmata dalle divine forze della natura, colle risaiole chine al lavoro penoso della mondatura, ha rivelato al pittore altri pi\u00f9 intimi valori all&#8217;infuori della produzione in quintali di riso. Ma noi dovremmo anche ascoltare il canto alterno che sorge (spontaneo e naturale come stridio di cicale e gracchiar di ranocchi dalla terra al cielo) da quelle squadre di risaiole, che chiamano <em>cubie, <\/em>per intendere l&#8217;intimo senso della vita che si svolge nei campi, che \u00e8 grossolana, volgare, talvolta persin ripugnante, ma \u00e8 fecondo limo che alimenta germi spirituali. (&#8230;)<\/p>\n\n\n\n<p>Fiorisce anche nella risaia lo strambotto nella sua tipica forma di quattro versi, affidato al canto lento e quadrato. Non \u00e8 la stessa cosa del rispetto pi\u00f9 arguto e pi\u00f9 fine della campagna toscana o abruzzese o siciliana, ma ha con questo molte rispondenze pur serbando la sua impronta indigena.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono sempre gli stessi sentimenti fondamentali che ispirano questa lirica contadinesca, quelli enunciati dai versi che servirono d&#8217;epigrafe ai <em>Canti <\/em>popolari <em>siciliani <\/em>raccolti dal compianto Pitr\u00e8 :<\/p>\n\n\n\n<p><em>Cantami quantu v\u00f5i, ca t&#8217;arrispunno:<br>d&#8217;amuri, gilusia, spartenza e sdegnu.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 spesso l&#8217;invocazione amorosa pi\u00f9 volte grossolana, grottesca, ma non priva di tenere note di gentilezza, quella che sale su dell&#8217;anima delle contadine, per le gole arse ma instancabili.<\/p>\n\n\n\n<p><em>O fiulina, fiulina cara,<br>ta s\u00e9va ninc\u00f9 da nas che mi t&#8217;amava,<br>ta s\u00e9va ninc\u00f9 da nas cus\u00ec pumpusa<br>che mi t&#8217;amava par la me murusa.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il canto d&#8217;uno strambotto iniziato da una contadina nella squadra \u00e8 sempre l&#8217;inizio di una gara che spesso si solleva tra le squadre anche lontane che lavorano nella risaia. Ed \u00e8 in questi lavori campestri dove non solo sbocciano ma anche s&#8217;intrecciano e si scambiano i canti di paesi diversi, specie nella risaia che ha bisogno di tante braccia e ne richiama dal Canavese, dal Monferrato, dalla Lomellina, dalle vallate alpine.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma da quali profonde sorgenti onde s&#8217;inbeve tanta poesia romanzesca scaturisce nelle labbra semplici e incolte questo antico strambotto?<\/p>\n\n\n\n<p><em>A Ruma, a Ruma gh&#8217;\u00e8 un canal ca cura,<br>chi beve da quell&#8217;acqua a s&#8217;inamura:<br>cul giuvinin &#8216;na bev\u00fc &#8216;na tasa,<br>s&#8217;ha inamur\u00e0 da v\u00fci bela ragasa.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Pi\u00f9 semplice ma mirabilmente descrittivo \u00e8 quest&#8217;altro suggerito dal desiderio di veder scendere quel sole che segna per quasi tutto il suo corpo la diuturna fatica giornaliera<\/p>\n\n\n\n<p><em>O risulina tira bas il sole,<br>chi posa andare a casa a f\u00e8 la scena,<br>chi posa andar al pus a cavar l&#8217;acqua,<br>videre &#8216;1 mio amur quand l&#8217;\u00e8 cal passa.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Questi canti che hanno la forma e il contenuto di veri epigrammi sono cantati per lo pi\u00f9 dalle donne in forma di contrasto, onde se ne trovano molti che si collegano per l&#8217;identica forma iniziale del verso, (fot, <em>Lorenzoni<\/em>). come quelli coi quali le mondatrici narrano qualche particolare qualit\u00e0 o episodio del loro innamorato \u00abal mio amur\u00bb. Una mondina comincia ad esempio:<\/p>\n\n\n\n<p><em>Al mio amur s\u00ec l&#8217;\u00e8 d&#8217;un capo-bulco:<br>la piant\u00e0 &#8216;na rosa in mes al sulco;<br>quand che la rosa la sar\u00e0 fiorita<br>il capo-bulco sar\u00e0 mio marito.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>E allora ecco le altre a continuare sullo stesso ritornello:<\/p>\n\n\n\n<p><em>Al mio amur s\u00ec l&#8217;\u00e8 d&#8217;un capo-bulco:<br>par vura da culasion la fai un sulco,<br>par vura da disn\u00e8 na fai un \u00e1ltar,<br>al mio amur s\u00ec l&#8217;\u00e8 p\u00fc bel d&#8217;un altar.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>oppure:<\/p>\n\n\n\n<p><em>Al mio amur s\u00ec l&#8217;\u00e8 d&#8217;un giuvan b\u00e8lo,<br>al porta i risulin suta al cap\u00e8lo,<br>poi si marida trova la furt\u00fcna,<br>al venda i risulin, crumpa la c\u00fcna.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Ma queste canzoncine che son cantate non solo durante i lavori della mondatura ma pei prati alla falciatura dei fieni, sulle aie e nelle stalle, sono come le cantilene dei bimbi, tra cui ve ne ha pur delle graziose, considerate dalle stesse contadine che le cantano come delle sciocchezze, delle <em>fatl\u00e0 <\/em>come le chiamano loro con un&#8217;antica parola del linguaggio paesano.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" width=\"926\" height=\"486\" src=\"https:\/\/baraban.it\/web\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Angelo-Morbelli-Risaiuole-1897-olio-su-tela-40-x-60-cm-Collezione-privata.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-9831\"\/><figcaption>Angelo Morbelli, <em>Risaiuole<\/em> (1897), olio su tela, Collezione privata.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Perci\u00f2 cedono facilmente il passo ai canti di origine colta ed artificiosa che arrivano dai centri urbani e son portati spesso a casa dai contadini che emigrano per lavoro o prestano il servizio militare. Cos\u00ec come le case dei pi\u00f9 umili villaggi non si van pi\u00f9 costruendo coi tipici ballatoi in legno, ma si adornano di balconate con pilastrini di cemento, e tutti i nostri paesi si vanno a poco a poco modellando a certi uniformi stampi, anche le espressioni genuine del canto popolare, per quanto rozzo, tacciono sopraffatte dalle canzonette di moda, dai motivi di operetta, dagli echi della musica colta, divulgati dai dischi dei fonografi e dagli organetti.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, senza che quasi noi ce ne accorgiamo, va scomparendo un mondo di poesia musicale ch&#8217;era nel cuore dei nostri contadini, senza che si sappia ci\u00f2 che si \u00e8 sostituito.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 nella necessit\u00e0 delle cose umane che tutto perisca e si trasformi: ci\u00f2 che forse deve stupire \u00e8 che quanti pretendono di educare il popolo per l&#8217;avvenire non ne ascoltino gli echi ch&#8217;egli ci serba del passato. Ben avvertiva Giuseppe Pitr\u00e8 nella sua grande opera sulle tradizioni popolari: \u00abPortato di vergine fantasia priva di coltura, i canti, che le scuole non degnano di uno sguardo, ma che le scuole non sanno fare, racchiudono tanto tesoro di affetti, tanta copia di pensieri e d&#8217;immagini, che a saperli parcamente imitare, ogni studioso, dal men facile verseggiatore al pi\u00f9 ispirato poeta, ne ritrarrebbe bellezze inestimabili\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche nella campagna novarese vanno morendo gli ultimi echi della antichissima canzone <em>La donna lombarda<\/em> che Costantino Nigra farebbe risalire al secolo VI dell&#8217;era volgare a ricordo di Rosmunda e dei truci delitti di una stirpe di oppressori. Cos\u00ec anche le canzoni della <em>Povera Cecilia <\/em>della <em>Bionda di Voghera, <\/em>della <em>Sposa porcaia<\/em>, ecc. che avevano tanta popolarit\u00e0 ricordando amori venturosi o sfortunati si vanno spegnendo. E se diamo tanta importanza a ci\u00f2 parlando di paesaggi e costumi della campagna \u00e8 perch\u00e8 <em>il canto <\/em>\u00e8 il respiro che d\u00e0 palpito di vita al paesaggio ed al costume. Il pittore che ci sa ritrarre veramente il fascino d&#8217;un paesaggio (si chiami Michetti o Dalbono o Segantini) non ci d\u00e0 tanto quei monti, quei boschi e quegli uomini e quelle donne in costume quanto gli elementi ritmici che sono nelle cose e nelle case e nelle vesti, per s\u00e8 insignificanti ed inespressive, come quando sono riprodotte in fac-simile nelle esposizioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Il canto \u00e8 il mezzo pi\u00f9 pieno di espressione che sia in potere del popolo: esso contiene col suo linguaggio vero tutta la sua religione, tutta la sua filosofia, tutta la sua storia, che \u00e8 insieme leggenda: tutto il mondo insomma della sua immaginazione. Dimentica la gente del contado insieme col ritmo dei canti certe sue fedi ingenue prima che le superstizioni che rimangono. Con essi si dileguano dalle menti certi racconti cavallereschi che la deliziavano nelle stalle, pur nelle riduzioni prosastiche del <em>Guerin Meschino<\/em>, del <em>Bovo d&#8217;Antona<\/em> e dei <em>Reali di Francia<\/em> (e si rappresentavano ancora qualche anno fa dai nostri contadini scene drammatiche tolte da quei romanzi); ed il modo stesso di vestirsi, di costruirsi gli oggetti indispensabili alla vita e le case di abitazione, si trasforma o, peggio, si deforma.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 mirabile e non mai avvertito abbastanza il rapporto vivo e costante che sta tra l&#8217;espressione musicale del nostro popolo e la sua architettura, o, se vogliamo dir meglio, la sua arte costruttiva.<\/p>\n\n\n\n<p>A dare il giusto valore a certi canti popolari, che uditi in un salotto accanto al piano riescono grotteschi, \u00e8 necessario quel dato luogo non solo, ma sovente quella data stagione e quella tal faccenda campestre.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel Mezzogiorno vi son canti che accompagnano il racconciar delle reti, la pesca nelle tonnare e persino l&#8217;addestramento al giogo dei vitelli. Ma anche nel settentrione d&#8217;Italia e per l&#8217;osservazione nostra nella campagna novarese (fuor di quel vociare dei giovani avvinazzati che niente ha a che fare col canto) v&#8217;\u00e8 una tendenza ingenita specialmente nelle fanciulle e nelle donne a dar una voce alla campagna, nel raccolto del fieno o nell&#8217;aia, alla stalla, ai var\u00ee ambienti campestri.<\/p>\n\n\n\n<p>I ginochi stessi dei bimbi sono ritmici, misti di canto e di danza; dalle cantilene che le bimbe ed i bimbi pi\u00f9 piccini cantano nel giro-tondo o corrente (<em>la curenta<\/em>) ai brevi dialoghetti drammatici nei quali i fanciulli fingono il pastore e le pecore minacciate del lupo, il fornaio o l&#8217;ortolano ed i compratori, e via dicendo. Ma come i bimbi di campagna non giocano ad ora fissa quando volete voi, le contadine non cantano mai ad invite. In realt\u00e0, come ben mi osservava Gavino Gabriel, profondo evocatore dei canti sardi, a proposito dei pastori erranti della Sardegna, il canto popolare \u00e8 la voce di un paesaggio che trova a traverso le gole dei cantori inconsci uno dei suoi mezzi fortuiti di espressione. Diverso \u00e8 il canto della madre presso la culla, da quello delle <em>cubie <\/em>nelle risaie, da quello dei lavori notturni dell&#8217;aia. Nella gran solennit\u00e0 della campagna l&#8217;abito, il lavoro, la casa della contadina acquistano un ritmo pieno di cui a torto vogliamo giudicare da frammenmenti per quanto pittoreschi che diciamo i costumi. Noi dell&#8217;anima degli abitanti di Fobello o di Macugnaga ne sappiamo tanto quanto sappiamo degli abitanti della Cina, finch\u00e8 non ne abbiamo veduto i costumi a smaglianti colori e il corsetto a pizzo detto <em>poncet <\/em>o le abitazioni di pietra e di legno. Anche la contadina di Trecate o Terdobbiate che abbiamo giudicata cos\u00ec goffa nel suo abito vivace e col fazzoletto smagliante sul capo sotto i portici plumbei della citt\u00e0 di Novara, la comprendiamo poi in campagna e ci ricrediamo delle nostre pretese superiorit\u00e0 di eleganza. Perch\u00e8 essa allora pu\u00f2 ridere del nostro abito cittadino. La contadina novarese in mezzo a prati verdi ed alle spighe dorate porta un corsetto bianchissimo e stretto al busto, con sopramaniche di colore, una breve sottana di color rosso cupo rialzata sui fianchi coi nastri del grembiale (cosiffatto rigonfiamento della sottana chiamasi <em>rionda<\/em>) onde lasciar nude e libere le gambe sode ed abbronzate, ed in capo due fazzoletti, uno bianco ed uno rosso, che ripiegati con arte le incorniciano il viso sorridente. Ho udito delle contadine che dovevano lavorare nello stesso prato consigliarsi sul colore delle vesti, con le quali esse sono portate inconsciamente a tentare accordi cos\u00ec come con le vibrazioni sonore. Cos\u00ec i cascinali, le stalle, i magazzini, i carri, gli arnesi agricoli che si van costruendo spontaneamente nei campi rispondono quasi sempre a certi accordi, a certe leggi di propriet\u00e0 e sincerit\u00e0 innate. Se esse appaiono ancor rudemente, quasi informemente espresse nei paesi del piano, s&#8217;accompagnano, risalendo le nostre vallate, a degli accenti di grazia.<\/p>\n\n\n\n<p>Nelle prime pendici che rimontano l&#8217;Agogna e la Sesia, case con aerei loggiati e balconate in legno scolpito, culle intagliate ed ornate di fregi, coperte a variopinti ricami, gerli cos\u00ec diversi l&#8217;uno dall&#8217;altro da vallata a vallata e tutti cos\u00ec disegnati con linee armoniche ed essenziali all&#8217;uso stabilito, ci informano, anche se alla loggia non canta la fanciulla in costume e se il gerlo lo vediamo dimenticato avanti all&#8217;uscio, che v&#8217;\u00e8 nel paesaggio mirabile che noi abitiamo una perenne sorgente di armonia a cui la vita quando \u00e8 pi\u00f9 seria trae la sua ispirazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma il progresso e la scuola sua banditrice, se vengono a portare benefici e doni inestimabili, sembrano tener gli occhi chiusi sulla bellezza e bont\u00e0 della terra ove quei doni diventerebbero fertili. Il maestro e il funzionario civile che vanno a portare gli alti lumi del proprio ministero in qualunque paese di campagna vanno col pi\u00f9 sacro disprezzo per la gente zotica ed ignorante che si credono destinati a redimere e da cui non credono di aver nulla da apprendere. Eppure il paesaggio inteso come ambiente animato ove si vive avrebbe ancora tanto da dire a chi esce fuori dalla scuola o dall&#8217;ufficio coll&#8217;anima sorda per la compressione dei libri e delle carte!<\/p>\n\n\n\n<p>Come intendeva promuovere Lamberto Loria, morto cos\u00ec prematuramente, col suo Museo di Etnografia italiana, converrebbe fermarsi pi\u00f9 spesso, anzich\u00e8 a ricantare le stucchevoli ed obbligate glorie e bellezze del nostro paese, a considerare <em>sul vivo <\/em>l&#8217;aspetto e la caratteristica essenziale della vita dei villaggi e delle cascine, che serba, pur nelle regioni, come la novarese, soggette a tante trasformazioni sociali ed economiche, certi suoi lineamenti ancora inalterati. Ci sorprenderebbe di trovare nelle case, negli arnesi agricoli, negli atteggiamenti var\u00ee della vita dei campi, una rude e sincera armonia di forme e di colori e di suoni che risponde indubbiamente anche a pi\u00f9 intimi accordi della coscienza paesana.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse, anzi senza forse, certe questioni di coltura e di igiene che si sovrappongono, non si amalgamano, alle disconosciute abitudini locali, potrebbero da un maggior loro adattamento avere una miglior soluzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec come \u00e8 ora, la nostra opera di miglioramento civile \u00e8 parziale e frammentaria: \u00e8 un fervore di provvidenze agricole, di previdenze sanitarie, di risanamenti edilizi, di istituzioni di cultura. Ma \u00e8 un abito sovrapposto dal di fuori ad una coscienza paesana che s&#8217; s&#8217;ignora. La vita intima dei contadini che abitano fuori delle porte di Novara e di Milano ci \u00e8 sconosciuta nei suo intimi moventi, ci \u00e8 chiusa nelle sue aspirazioni. Noi, pi\u00f9 che trasformarla come \u00e8 nella legge di natura, la deformiamo colla legge dell&#8217;artificio. Rompiamo la bella unit\u00e0 che lega il paese, la casa, al vestire, al canto dei nostri contadini e dei nostri montanari, a cui si apprendono quelle tante cose distinte per materia ed uniche per stampo che chiamiamo istruzione pubblica. Ma con quella il contadino pi\u00f9 non canta, non sa pi\u00f9 che cosa incidere sul nodoso bastone all&#8217;ombra dei suoi gelsi.<\/p>\n\n\n\n<p>\u0391\u039d\u03a4\u039f\u039d\u0399\u039f MASSARA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Paesaggi e costumi della campagna novarese&#8221;. 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