di Antonio Massara
Rivista mensile del Touring Club Italiano, 1916
Quel dolce piano che «da Vercelli a Marcabò dichina», in quella parte di confini non ben definiti che si può chiamare novarese e ch’è di transizione tra la piemontese e la lombarda, si presenta come una vasta distesa di campi interrotti da corsi d’acqua, filari di pioppi, ampi cascinali, borgate invase dalle bestie e dagli arnesi agricoli. Per tutto domina, verdeggiante di primavera, biondeggiante d’autunno la serie degli stagni plumbei, innumerevoli, destinati alla coltivazione del riso. Poeti ed artisti sembrano abbandonar volontieri questa campagna feconda, che all’osservatore superficiale par monotona ed uguale, per risalire verso le vallate dominate dal Rosa, rallegrate dallo specchio dei laghi celebri per panorami e costumi pittoreschi.
Eppure, forse più qui che nei paesi beneficiati da molta ammirazione convenzionale c’è da ricercare una verginità di visione.

Nella Galleria d’Arte moderna di Milano c’è forse un solo quadro, quello di Luigi Steffani che qui riproduciamo, che s’ispira al tema solenne della risaia. Dobbiamo esser grati all’artista che ci ha dato una visione di lavoro campestre sfuggendo così alla maniera idillica come alle preoccupazioni di propaganda sociale. Quella terra divisa in stagni simmetrici, chiusa in lontananza dai pioppi, così segnata dall’impronta faticosa degli uomini e pur riplasmata dalle divine forze della natura, colle risaiole chine al lavoro penoso della mondatura, ha rivelato al pittore altri più intimi valori all’infuori della produzione in quintali di riso. Ma noi dovremmo anche ascoltare il canto alterno che sorge (spontaneo e naturale come stridio di cicale e gracchiar di ranocchi dalla terra al cielo) da quelle squadre di risaiole, che chiamano cubie, per intendere l’intimo senso della vita che si svolge nei campi, che è grossolana, volgare, talvolta persin ripugnante, ma è fecondo limo che alimenta germi spirituali. (…)
Fiorisce anche nella risaia lo strambotto nella sua tipica forma di quattro versi, affidato al canto lento e quadrato. Non è la stessa cosa del rispetto più arguto e più fine della campagna toscana o abruzzese o siciliana, ma ha con questo molte rispondenze pur serbando la sua impronta indigena.
Sono sempre gli stessi sentimenti fondamentali che ispirano questa lirica contadinesca, quelli enunciati dai versi che servirono d’epigrafe ai Canti popolari siciliani raccolti dal compianto Pitrè :
Cantami quantu või, ca t’arrispunno:
d’amuri, gilusia, spartenza e sdegnu.
È spesso l’invocazione amorosa più volte grossolana, grottesca, ma non priva di tenere note di gentilezza, quella che sale su dell’anima delle contadine, per le gole arse ma instancabili.
O fiulina, fiulina cara,
ta séva nincù da nas che mi t’amava,
ta séva nincù da nas cusì pumpusa
che mi t’amava par la me murusa.
Il canto d’uno strambotto iniziato da una contadina nella squadra è sempre l’inizio di una gara che spesso si solleva tra le squadre anche lontane che lavorano nella risaia. Ed è in questi lavori campestri dove non solo sbocciano ma anche s’intrecciano e si scambiano i canti di paesi diversi, specie nella risaia che ha bisogno di tante braccia e ne richiama dal Canavese, dal Monferrato, dalla Lomellina, dalle vallate alpine.
Ma da quali profonde sorgenti onde s’inbeve tanta poesia romanzesca scaturisce nelle labbra semplici e incolte questo antico strambotto?
A Ruma, a Ruma gh’è un canal ca cura,
chi beve da quell’acqua a s’inamura:
cul giuvinin ‘na bevü ‘na tasa,
s’ha inamurà da vüi bela ragasa.
Più semplice ma mirabilmente descrittivo è quest’altro suggerito dal desiderio di veder scendere quel sole che segna per quasi tutto il suo corpo la diuturna fatica giornaliera
O risulina tira bas il sole,
chi posa andare a casa a fè la scena,
chi posa andar al pus a cavar l’acqua,
videre ‘1 mio amur quand l’è cal passa.
Questi canti che hanno la forma e il contenuto di veri epigrammi sono cantati per lo più dalle donne in forma di contrasto, onde se ne trovano molti che si collegano per l’identica forma iniziale del verso, (fot, Lorenzoni). come quelli coi quali le mondatrici narrano qualche particolare qualità o episodio del loro innamorato «al mio amur». Una mondina comincia ad esempio:
Al mio amur sì l’è d’un capo-bulco:
la piantà ‘na rosa in mes al sulco;
quand che la rosa la sarà fiorita
il capo-bulco sarà mio marito.
E allora ecco le altre a continuare sullo stesso ritornello:
Al mio amur sì l’è d’un capo-bulco:
par vura da culasion la fai un sulco,
par vura da disnè na fai un áltar,
al mio amur sì l’è pü bel d’un altar.
oppure:
Al mio amur sì l’è d’un giuvan bèlo,
al porta i risulin suta al capèlo,
poi si marida trova la furtüna,
al venda i risulin, crumpa la cüna.
Ma queste canzoncine che son cantate non solo durante i lavori della mondatura ma pei prati alla falciatura dei fieni, sulle aie e nelle stalle, sono come le cantilene dei bimbi, tra cui ve ne ha pur delle graziose, considerate dalle stesse contadine che le cantano come delle sciocchezze, delle fatlà come le chiamano loro con un’antica parola del linguaggio paesano.

Perciò cedono facilmente il passo ai canti di origine colta ed artificiosa che arrivano dai centri urbani e son portati spesso a casa dai contadini che emigrano per lavoro o prestano il servizio militare. Così come le case dei più umili villaggi non si van più costruendo coi tipici ballatoi in legno, ma si adornano di balconate con pilastrini di cemento, e tutti i nostri paesi si vanno a poco a poco modellando a certi uniformi stampi, anche le espressioni genuine del canto popolare, per quanto rozzo, tacciono sopraffatte dalle canzonette di moda, dai motivi di operetta, dagli echi della musica colta, divulgati dai dischi dei fonografi e dagli organetti.
Così, senza che quasi noi ce ne accorgiamo, va scomparendo un mondo di poesia musicale ch’era nel cuore dei nostri contadini, senza che si sappia ciò che si è sostituito.
È nella necessità delle cose umane che tutto perisca e si trasformi: ciò che forse deve stupire è che quanti pretendono di educare il popolo per l’avvenire non ne ascoltino gli echi ch’egli ci serba del passato. Ben avvertiva Giuseppe Pitrè nella sua grande opera sulle tradizioni popolari: «Portato di vergine fantasia priva di coltura, i canti, che le scuole non degnano di uno sguardo, ma che le scuole non sanno fare, racchiudono tanto tesoro di affetti, tanta copia di pensieri e d’immagini, che a saperli parcamente imitare, ogni studioso, dal men facile verseggiatore al più ispirato poeta, ne ritrarrebbe bellezze inestimabili».
Anche nella campagna novarese vanno morendo gli ultimi echi della antichissima canzone La donna lombarda che Costantino Nigra farebbe risalire al secolo VI dell’era volgare a ricordo di Rosmunda e dei truci delitti di una stirpe di oppressori. Così anche le canzoni della Povera Cecilia della Bionda di Voghera, della Sposa porcaia, ecc. che avevano tanta popolarità ricordando amori venturosi o sfortunati si vanno spegnendo. E se diamo tanta importanza a ciò parlando di paesaggi e costumi della campagna è perchè il canto è il respiro che dà palpito di vita al paesaggio ed al costume. Il pittore che ci sa ritrarre veramente il fascino d’un paesaggio (si chiami Michetti o Dalbono o Segantini) non ci dà tanto quei monti, quei boschi e quegli uomini e quelle donne in costume quanto gli elementi ritmici che sono nelle cose e nelle case e nelle vesti, per sè insignificanti ed inespressive, come quando sono riprodotte in fac-simile nelle esposizioni.
Il canto è il mezzo più pieno di espressione che sia in potere del popolo: esso contiene col suo linguaggio vero tutta la sua religione, tutta la sua filosofia, tutta la sua storia, che è insieme leggenda: tutto il mondo insomma della sua immaginazione. Dimentica la gente del contado insieme col ritmo dei canti certe sue fedi ingenue prima che le superstizioni che rimangono. Con essi si dileguano dalle menti certi racconti cavallereschi che la deliziavano nelle stalle, pur nelle riduzioni prosastiche del Guerin Meschino, del Bovo d’Antona e dei Reali di Francia (e si rappresentavano ancora qualche anno fa dai nostri contadini scene drammatiche tolte da quei romanzi); ed il modo stesso di vestirsi, di costruirsi gli oggetti indispensabili alla vita e le case di abitazione, si trasforma o, peggio, si deforma.
È mirabile e non mai avvertito abbastanza il rapporto vivo e costante che sta tra l’espressione musicale del nostro popolo e la sua architettura, o, se vogliamo dir meglio, la sua arte costruttiva.
A dare il giusto valore a certi canti popolari, che uditi in un salotto accanto al piano riescono grotteschi, è necessario quel dato luogo non solo, ma sovente quella data stagione e quella tal faccenda campestre.
Nel Mezzogiorno vi son canti che accompagnano il racconciar delle reti, la pesca nelle tonnare e persino l’addestramento al giogo dei vitelli. Ma anche nel settentrione d’Italia e per l’osservazione nostra nella campagna novarese (fuor di quel vociare dei giovani avvinazzati che niente ha a che fare col canto) v’è una tendenza ingenita specialmente nelle fanciulle e nelle donne a dar una voce alla campagna, nel raccolto del fieno o nell’aia, alla stalla, ai varî ambienti campestri.
I ginochi stessi dei bimbi sono ritmici, misti di canto e di danza; dalle cantilene che le bimbe ed i bimbi più piccini cantano nel giro-tondo o corrente (la curenta) ai brevi dialoghetti drammatici nei quali i fanciulli fingono il pastore e le pecore minacciate del lupo, il fornaio o l’ortolano ed i compratori, e via dicendo. Ma come i bimbi di campagna non giocano ad ora fissa quando volete voi, le contadine non cantano mai ad invite. In realtà, come ben mi osservava Gavino Gabriel, profondo evocatore dei canti sardi, a proposito dei pastori erranti della Sardegna, il canto popolare è la voce di un paesaggio che trova a traverso le gole dei cantori inconsci uno dei suoi mezzi fortuiti di espressione. Diverso è il canto della madre presso la culla, da quello delle cubie nelle risaie, da quello dei lavori notturni dell’aia. Nella gran solennità della campagna l’abito, il lavoro, la casa della contadina acquistano un ritmo pieno di cui a torto vogliamo giudicare da frammenmenti per quanto pittoreschi che diciamo i costumi. Noi dell’anima degli abitanti di Fobello o di Macugnaga ne sappiamo tanto quanto sappiamo degli abitanti della Cina, finchè non ne abbiamo veduto i costumi a smaglianti colori e il corsetto a pizzo detto poncet o le abitazioni di pietra e di legno. Anche la contadina di Trecate o Terdobbiate che abbiamo giudicata così goffa nel suo abito vivace e col fazzoletto smagliante sul capo sotto i portici plumbei della città di Novara, la comprendiamo poi in campagna e ci ricrediamo delle nostre pretese superiorità di eleganza. Perchè essa allora può ridere del nostro abito cittadino. La contadina novarese in mezzo a prati verdi ed alle spighe dorate porta un corsetto bianchissimo e stretto al busto, con sopramaniche di colore, una breve sottana di color rosso cupo rialzata sui fianchi coi nastri del grembiale (cosiffatto rigonfiamento della sottana chiamasi rionda) onde lasciar nude e libere le gambe sode ed abbronzate, ed in capo due fazzoletti, uno bianco ed uno rosso, che ripiegati con arte le incorniciano il viso sorridente. Ho udito delle contadine che dovevano lavorare nello stesso prato consigliarsi sul colore delle vesti, con le quali esse sono portate inconsciamente a tentare accordi così come con le vibrazioni sonore. Così i cascinali, le stalle, i magazzini, i carri, gli arnesi agricoli che si van costruendo spontaneamente nei campi rispondono quasi sempre a certi accordi, a certe leggi di proprietà e sincerità innate. Se esse appaiono ancor rudemente, quasi informemente espresse nei paesi del piano, s’accompagnano, risalendo le nostre vallate, a degli accenti di grazia.
Nelle prime pendici che rimontano l’Agogna e la Sesia, case con aerei loggiati e balconate in legno scolpito, culle intagliate ed ornate di fregi, coperte a variopinti ricami, gerli così diversi l’uno dall’altro da vallata a vallata e tutti così disegnati con linee armoniche ed essenziali all’uso stabilito, ci informano, anche se alla loggia non canta la fanciulla in costume e se il gerlo lo vediamo dimenticato avanti all’uscio, che v’è nel paesaggio mirabile che noi abitiamo una perenne sorgente di armonia a cui la vita quando è più seria trae la sua ispirazione.
Ma il progresso e la scuola sua banditrice, se vengono a portare benefici e doni inestimabili, sembrano tener gli occhi chiusi sulla bellezza e bontà della terra ove quei doni diventerebbero fertili. Il maestro e il funzionario civile che vanno a portare gli alti lumi del proprio ministero in qualunque paese di campagna vanno col più sacro disprezzo per la gente zotica ed ignorante che si credono destinati a redimere e da cui non credono di aver nulla da apprendere. Eppure il paesaggio inteso come ambiente animato ove si vive avrebbe ancora tanto da dire a chi esce fuori dalla scuola o dall’ufficio coll’anima sorda per la compressione dei libri e delle carte!
Come intendeva promuovere Lamberto Loria, morto così prematuramente, col suo Museo di Etnografia italiana, converrebbe fermarsi più spesso, anzichè a ricantare le stucchevoli ed obbligate glorie e bellezze del nostro paese, a considerare sul vivo l’aspetto e la caratteristica essenziale della vita dei villaggi e delle cascine, che serba, pur nelle regioni, come la novarese, soggette a tante trasformazioni sociali ed economiche, certi suoi lineamenti ancora inalterati. Ci sorprenderebbe di trovare nelle case, negli arnesi agricoli, negli atteggiamenti varî della vita dei campi, una rude e sincera armonia di forme e di colori e di suoni che risponde indubbiamente anche a più intimi accordi della coscienza paesana.
Forse, anzi senza forse, certe questioni di coltura e di igiene che si sovrappongono, non si amalgamano, alle disconosciute abitudini locali, potrebbero da un maggior loro adattamento avere una miglior soluzione.
Così come è ora, la nostra opera di miglioramento civile è parziale e frammentaria: è un fervore di provvidenze agricole, di previdenze sanitarie, di risanamenti edilizi, di istituzioni di cultura. Ma è un abito sovrapposto dal di fuori ad una coscienza paesana che s’ s’ignora. La vita intima dei contadini che abitano fuori delle porte di Novara e di Milano ci è sconosciuta nei suo intimi moventi, ci è chiusa nelle sue aspirazioni. Noi, più che trasformarla come è nella legge di natura, la deformiamo colla legge dell’artificio. Rompiamo la bella unità che lega il paese, la casa, al vestire, al canto dei nostri contadini e dei nostri montanari, a cui si apprendono quelle tante cose distinte per materia ed uniche per stampo che chiamiamo istruzione pubblica. Ma con quella il contadino più non canta, non sa più che cosa incidere sul nodoso bastone all’ombra dei suoi gelsi.
ΑΝΤΟΝΙΟ MASSARA