Lui era nero, io sono diventato rosso. Giancarlo Guastoni


Pubblichiamo la testimonianza di Giancarlo Guastoni (1937- 2018) raccolta nel 2004 nel corso della lavorazione del video Ballo d’Aprile. Memorie di un paese alla vigilia della Liberazione, per la regia di Aurelio Citelli, prodotto dalla Provincia di Milano e dal Comune di Gaggiano.

Guastoni, di famiglia contadina, al tempo di guerra residente a Cascina Copiago (Noviglio, MI), rievoca l’episodio dell’aereo britannico colpito dalla contraerea tedesca nei cieli sopra Gaggiano (MI) e caduto nelle campagne vicino a Copiago.


Guastoni Giancarlo
Io sono nato nel 1937 a Pavia; i miei genitori erano pavesi, contadini. Anno per anno, per migliorare, si trasferivano: così siamo arrivati sul Milanese, lì prendevano di più. Hanno fatto San Martino nel novembre del ’40 e siamo venuti a Copiago, proprio lì dove è sceso l’aeroplano. Io ho tre-quattro ricordi straordinari per quel periodo.

Giancarlo Guastoni (a sinistra).

D. Puoi raccontare questo fatto?

E’ successo nel settembre del 1944. Allora i fittabili davano più in natura che in soldi, ci davano tre pertiche di terreno da lavorare, per fare il granoturco. Io ero sul carro con mio padre, prendevo le cavagne, le ceste di granoturco, che mio papà mi passava sul carro. Stavamo lavorando, così. Io ero un ragazzino di sette anni, ma allora a sette anni si lavorava, si aiutava nelle campagne. Mentre eravamo lì abbiamo visto sei o sette aeroplani che bombardavano di qui e di là. A un certo punto si è vista una fumata nera… Mio papà mi dice: «Scendi, scendi dal carro che sta venendo verso di noi!» e difatti lo vedevamo lì, no?, veniva, veniva, veniva… ad un certo punto da Copiago a Tainate – ci sarà due chilometri in linea d’aria, sì e no – abbiamo visto due o tre paracaduti che scendevano, scendevano e l’aeroplano che veniva verso di noi, quasi… Allora io sono sceso dal carro, e in quel momento lì, l’aeroplano viene, viene, viene quasi sopra di noi ed è andato giù a centocinquanta metri in linea d’aria da noi. L’ultimo che è atterrato con il paracadute – che ha visto mio papà – a cento metri sulla destra, era il vice-pilota. Allora è corso là a prenderlo, l’ha preso ed era tutto bruciato, aveva tutta una bruciatura così, l’aveva preso in spalla, in spalla lui ed un altro e l’hanno portato in cascina lì a Copiago.

La mia povera mamma, allora, faceva un po’ da infermiera, era quella che faceva le punture nella cascina; allora ha preso il mio lettino – era una rete, una rete con un pagliericcio – e l’ha sdraiato. Ha preso dell’olio, l’olio – mi ricordo benissimo – e le biede, le biede sono le coste, no, perché era tutto bruciato [gli facevano degli impacchi, ndr], gli passavano l’olio sulle bruciature, poi aveva un piede che era tagliato a metà, c’era la scarpa che pendeva. E io ero là vicino a vedere mia mamma, ero un bambino e sai com’è. Aveva quel blusotto lì, da militare, e aveva un fascia così di dollari qua [fa segno sul petto, ndr] che io dicevo: «Va’ quanti soldi che ha, va’ quanti…» ma loro non ci pensavano neanche ai soldi e andavano avanti a medicarlo! Allora lì mi ricordo questo piede che pendeva giù, mia mamma con quell’uomo lì hanno stretto un laccio per fermare il sangue, questo piede che pendeva così tutto… Dopo un po’ cominciava ad arrivare camionette, non camionette, tutti qua a vedere: è arrivato un sidecar da Rosate, era il capo-fascista, Mazzinetta, di Rosate… lui e quello del motocarro – sidecar – sono scesi… un casino.

Lì, allora, avevamo anche gli sbandati in quel periodo, allora si erano nascosti. E mentre mia mamma lo stava medicando, dopo un po’ arriva anche un camion, un camion di Tedeschi e lì allora un casino: fric, fruc, frac, io non capivo niente cosa dicevano, l’hanno preso con il lettino e tutto, l’hanno preso e l’hanno caricato sul camion e l’hanno portato via. E lì in cascina per un paio di mesi è stato un casino: venivano giù a cercare gli altri tre che si erano paracadutati. Io so che due li hanno portati via, li hanno nascosti, il terzo non lo so, il quarto era quello che mio papà ha portato lì e il quinto è morto, era il pilota, l’han trovato morto là vicino all’aeroplano.

Allora lì, per un mese, i fascisti e i tedeschi venivano giù tutte le sere a cercare quelli che sono spariti. Erano inglesi, li hanno nascosti in casa, nei camini… I fascisti e tedeschi andavano sulle casse del fieno con gli aghi per vedere, per trovare quelli lì perché pensavano che erano lì intorno… Per un mese abbiamo avuto avanti e indietro i fascisti ed i tedeschi. Specialmente i tedeschi venivano…

Questa è la storia che mi ricordo dell’aeroplano. Precedentemente, come diceva Rino, di notte sentivamo l’aeroplano, veniva il “Pippo”, l’aeroplano… C’era la luce in casa, una specie di… allora la mia povera mamma mi ricordo che metteva uno straccio per nascondere il chiaro e quando arrivava l’aeroplano mio papà ci prendeva, uno di qua e l’altra sorellina di là, e ci portavano nella stalla. Poi quando l’aereo ripartiva, tornavamo in casa.

In quel periodo lì, a Copiago avevamo sette o otto sbandati: avevano fatto una buca in fondo ad un campo, una marcita – una marcita era quel tappeto verde – hanno fatto una buca con delle assi e poi mettevamo su la teppa [muschio verde, ndr], e di sera mio papà gli portava là da mangiare con un paiolo, portava là il minestrone o la minestrina. Questo qui è il mio ricordo… poi, ogni tanto, sai, con la storia dell’aeroplano, gli sbandati erano incasinati perché tutte le sere venivano giù i tedeschi per vedere di trovare gli inglesi… Dopo questi qua io non so che fine hanno fatto.

D. Di dov’erano questi sbandati?

Due-tre erano di Gaggiano, c’era anche il Pasi Eraldo che era mio cugino, poi c’era il papà del Pezzotti che era lì sbandato, ce n’era lì un sette o otto… non li conosco bene ma però so che ce n’era. Mi ricordo che c’era un po’ di giovani ai quali mio papà andava a portargli da mangiare, con la pentola, con il paiolo, gli portava da mangiare nei campi.

AC Dormivano nei campi?

Sì, hanno fatto una buca, perché prima erano un po’ più liberi, ma da quanto è venuto giù l’aeroplano e cercavano questi tre che mancavano – i tre inglesi che han fatto sparire – gli sbandati han dovuto nascondersi.

D. Chi ha fatto sparire gli inglesi?

Eh, chi… Mi hanno detto che il Paghini ne ha trovati due; il terzo – che so io – ho un dubbio ma non posso dirlo perché non sono sicuro… li hanno nascosti, dopo non so che fine hanno fatto però so che li avevano nascosti.

Giancarlo Guastoni (al centro) con Luciano Tajoli (seduto), Gaggiano (MI), 1961.

D. Ma, quindi, chi li ha nascosti?

Eh, qualcuno che era a casa sbandato. Li ha nascosti e noi tutti i giorni eravamo sotto tiro perché i tedeschi venivano a cercarli. Uno che ha portato via questi due soldati era il Paghini, il terzo che hanno salvato non so chi è, so che l’hanno nascosto, ho un dubbio ma non sono sicuro.

D. Come vivevano gli sbandati?

Questi sbandati hanno formato una buca là nella marcita e mio papà li nascondeva, metteva delle assi e alla sera gli portava da mangiare. Poi, mi ricordo che il giorno dopo il fatto andavamo là dove c’era l’aeroplano e spariva pezzo dopo pezzo! Mi ricordo due di Rosate, con due biciclette, uno davanti ed uno… mettevano su dei pezzi di alluminio sui manubri… perché portavano via anche i pezzi di alluminio. I paracadute no, i paracadute erano di seta: sono spariti subito, basta, non ne hanno trovato più uno. Chi arrivava per primo prendeva e portava a casa: sai, era un momento difficile, chi poteva prendere…
Noi che eravamo lì non abbiamo preso niente… mi hanno portato via il lettino e non l’ho trovato più, questa è la verità…

Poi, ho un altro ricordo, di bambino, come figlio di contadino… Questo episodio dell’aereo è avvenuto a settembre, ad ottobre – io facevo la Prima allora – sono venuto a casa da scuola e sono andato con mio papà – andavo sempre con lui – su una riva, a prendere un po’ di erba, perché avevamo quattro conigli: io avevo il sacco aperto e mio papà mi metteva dentro l’erba e lì arriva il fittabile di Copiago che era il podestà di Noviglio – perché noi eravamo sotto Noviglio – arriva e dice al mio papà: «No, no, Guastoni; Guastoni, no, no, l’erba lì devo fare la stramaia [cibo per gli animali, fatta con le erbacce e le stoppie, ndr] per le mie bestie!». E gli ha vuotato il sacco, ed io ero lì che quasi, quasi mi venivano giù le lacrime. E il mio papà gli diceva: «Ma ho tre figli, un po’ di erba per le coniglie…». «No, no, questa è l’erba per le mie bestie» e poi gli ha dato la disdetta. Dopo quindici giorni, siccome ci davano un po’ di merce al posto dei soldi – e i soldi erano pochissimi –, ogni quindici giorni ci davano la mesata, era lo stipendio, quattro soldi, è andato per prenderli e non glieli ha dati perché gli ha rubato l’erba. Allora mia papà – lui non ha mai mosso le mani, mai, mai… non ha mai toccato un suo figlio, che mi ricordo – ma quel giorno lì ha preso per la gola il fittabile perché non gli ha dato i soldi per l’erba. Dopo sono venuti altri paesani e li hanno divisi… Dopo otto giorni, sono arrivate due righe e gli ha dato la disdetta; la disdetta vuol dire che all’11 di novembre doveva andare via; allora all’11 di novembre siamo andati a Tainate che era il paese più vicino. Arriviamo a Tainate, e come bambino mi dicevano: «Eh, tuo papà è stato fortunato! Che l’hanno mandato via e non l’hanno picchiato!». Teh! Oltretutto che mi ha vuotato il sacco, mi ha mandato via… è stato fortunato perché non l’hanno picchiato. Questa è la storia di quando io ero bambino ed ero nelle cascine…

Campagna nei dintorni di Cascina Copiago (foto di A. Citelli)

D. Tuo padre come la pensava politicamente?

Mio papà era socialista lui, è sempre stato socialista, poi è diventato comunista. Io, da bambino, dopo sono andato a Sporzano, dove c’era il mio amico Rino (Rino Macchi, ndr) e dopo il ’45 mi sono iscritto alla Fgci (Federazione giovanile comunista italiana, ndr). Nel ’50, ero già iscritto alla Fgci perché quella memoria del sacco, io ce l’ho qua [fa segno sulla fronte, ndr] e se quello là era nero, io ero rosso; se lui era rosso, io diventavo nero ma siccome che lui era un nero perché era il podestà, io con quella storia lì, io ero all’incontrario; se lui era nero, io diventavo rosso; lui era nero, io sono diventato rosso, per quella memoria lì del sacco. Quello lì non mi andrà mai via, mai…

D. Cosa ricordi del 25 aprile?

Mi ricordo un po’ di bandiere, bandiere rosse, un po’ di… gli sfollati, quelli lì, ma a dir la verità non ce l’ho proprio in mente, lì nelle cascine c’era poco. Perché al 25 aprile ero ancora a Tainate, dopo a novembre sono andato a Sporzano, in due anni ho fatto due traslochi, a S. Martino!

D. Rino parlava prima della paura che avevano i bambini

Eh, sì, la paura dei bambini era sempre per gli aeroplani. In quel momento là, poi, io avevo a casa la mia zia sfollata da Milano, abitava in piazzale Lotto; e allora era lì sfollata. Ricordo che una sera abbiamo mangiato, la mia povera mamma gli diceva che erano gli uccellini, ma invece erano i topi di granaio, eh, mangiavamo i ratti di granaio, i topi di granaio, e diceva che erano buonissimi ma io la sapevo mi sorgeva la saliva in bocca perché sapevo che erano…io, ma loro li mangiavano volentieri, in quel periodo lì. E la paura era quando passava il “Pippo” e allora via tutta la luce, scappavi… andavamo nelle stalle, quando finiva, tornavamo a casa. E la paura di andare a scuola quando, magari attraversavi, passava l’aeroplano: allora, sotto il tombino! Sotto di qua, sotto di là! Sai come era, ci nascondevamo…come arrivava l’aeroplano, c’eravamo io, il Rino, noi amici così che andavamo a scuola, eravamo in cinque o sei, in gruppo e allora…sotto il tombino di qui, sotto il tombino di là e via.
Ah, ho un altro ricordo: scambio merce, scambio merce vuol dire che veniva uno in bicicletta con il formaggio, con i saracchi, e noi avevamo i galli, no, i polli. Allora viene lì e un giorno mia mamma gli dava tre o quattro galli e in cambio ci davano i formaggi, le acciughe e io ho detto a mia mamma: «Ma mamma, a me piace di più il galletto del formaggio!» e lei mi ha detto: «Ma nan, io con il cambio mangio tutto il mese con i quattro galletti mangiamo tre giorni». Ecco, ho finito, questa è la mia storia.