NORD SUD

L’insospettabile resistenza dei repertori popolari nell’Italia settentrionale. E quella dell’Istituto De Martino, emigrato in Toscana ma di nuovo in pista con Ivan Della Mea

Ripubblichiamo un articolo di Aurelio Citelli apparso sul quotidiano il manifesto/Ultrasuoni il 26 gennaio 1997.

NORD SUD
di Aurelio Citelli

Quando , negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, si avviò anche nel nostro paese una sistematica ricerca sulla musica popolare, era diffusa l’opinione che il Nord Italia, profondamente segnato dalle trasformazioni economiche e sociali, ormai non potesse offrire che poche testimonianze della sua cultura tradizionale. Le campagne di ricerca compiute nelle regioni del Settentrione a partire dagli anni Sessanta, hanno invece documentato una insospettabile permanenza di repertori, di stili e di forme espressive legate alla cultura tradizionale. Oltre a rilevare i testi contenuti nelle raccolte dell’Ottocento le ricerche etnomusicologiche mettono in luce repertori vocali e strumentali fino ad allora sconosciuti.

Gianni Bosio, Roberto Leydi, Franco Coggiola, Cesare Bermani, Bruno Pianta, Pietro Sassu, solo per citare alcuni fra i ricercatori più attivi nel nord Italia, battono a tappeto le campagne della pianura padana, setacciano intere valli dell’arco alpino e degli Appennini, registrano su nastro magnetico migliaia di documenti sonori: canti, musiche strumentali, voci e suoni di momenti rituali. Il loro lavoro non si limita al rilevamento “asettico” del patrimonio musicale. Il contatto diretto con i cantori e i suonatori popolari, e con il loro contesto sociale, favorisce una particolare attenzione per i contenuti, il valore e la funzione della musica popolare. Si raccolgono innumerevoli testimonianze sul lavoro e la vita quotidiana di braccianti, filandiere, minatori e pastori. Le indagini, inizialmente indirizzare soprattutto nei confronti del mondo contadino, si allargano successivamente alla cultura operaia, al mondo marginale, alla cultura del vagabondaggio e della malavita, alla cultura della “lingera”.

Insieme a repertori prima sconosciuti come quello delle musiche violinistiche del carnevale di Bagolino (BS) o del peinfro (oboe popolare diffuso nell’area delle “Quattro Province”), negli anni Sessanta e Settanta si “scoprono” esecutori popolari di grande levatura. E’ il caso del violinista di Monghidoro Melchiade Benni, della Famiglia Bregoli di Pezzaze (Bs), del pifferaio Ernesto Sala, delle Sorelle Bettinelli e di molti altri interpreti in possesso di tecniche e repertori di grande valore.

Una raccolta di storie cantate

Se molte delle registrazioni “su campo” effettuate a partire dagli anni ’60 vengono conservate nelle nastroteche personali dei ricercatori (importantissima quella di Roberto Leydi), diversi sono i centri e gli archivi, pubblici e privati, che negli ultimi decenni sono sorti proprio con lo scopo di raccogliere, studiare e pubblicare materiali sulla tradizione orale. Veri e propri “archivi della memoria orale”, questi centri conservano un patrimonio prezioso per la conoscenza della nostra cultura musicale popolare e della nostra storia. Purtroppo, a parte rare eccezioni costituite dagli archivi pubblici realizzati grazie all’intelligenza di qualche amministratore, la maggior parte di essi sopravvive faticosamente, senza risorse adeguate e nella più totale indifferenza delle istituzioni. Mentre in tutti i paesi europei si tutela e si valorizza il patrimonio musicale popolare, in Italia lo si lascia morire.

Emblematica è la figura di Teresa Viarengo, astigiana, forse la migliore esecutrice popolare di “storie cantate” documentata in Europa. Fra il 1964 e il 1966, Franco Coggiola e Roberto Leydi registrano dalla Viarengo oltre trecento fra canzoni e ballate. Quasi tutte quelle della grande raccolta di Costantino Nigra Canti popolari del Piemonte, del 1888, spesso con testi più integri.

Roberto Leydi, Firenze, primi anni Sessanta.

Fra i centri attivi nel nord Italia meritano di essere segnalati: l’Istituto Ernesto De Martino (Milano), l’Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Regione Lombardia (Milano), il Centro etnografico provinciale (Piacenza), il Centro etnologico canavesano (Bajo Dora, TO), l’Istituto demologico ligure (Genova), il Centro di cultura popolare “G. Ferraro” (Alessandria), il Centro etnografico ferrarese (Ferrara), l’Associazione valdostana degli archivi sonori (Aosta), il Laboratorio di musica popolare dell’Istituto per i beni culturali della regione Emilia Romagna (Bologna).

Un punto di riferimento fondamentale per l’attività di molti ricercatori e studiosi della cultura orale è l’Istituto Ernesto De Martino. Sorto a Milano all’inizio degli anni ’60 sulla spinta di Gianni Bosio, negli scorsi decenni ha promosso numerose campagne di ricerca in tutta Italia, pubblicato volumi e collane discografiche, organizzato mostre e convegni. Attualmente possiede circa 12 mila ore di registrazioni, una delle più consistenti raccolte europee di documenti sull’espressività contadina e operaia. Qualche anno fa, sfrattato dalla storica sede milanese di via Melzo, l’Istituto è stato costretto a trasferirsi a Sesto Fiorentino, in Toscana. Nessuna istituzione milanese è intervenuta per trattenere il De Martino in città. Dopo un periodo assai difficile, oggi, grazie anche all’aiuto della Regione Toscana e del ministero dei Beni Culturali, l’Istituto ha ripreso vitalità. Numerosi i progetti già avviati o in cantiere: dal ritorno del bollettino Il De Martino alla pubblicazione di tutti gli scritti di Gianni Bosio, dalla predisposizione di un software per la catalogazione fino all’organizzazione nella primavera del ’97 del convegno-seminario Il canto della protesta sociale oggi, in concomitanza con la terza rassegna in/Canto a cui parteciperanno Cantovivo, Barabàn, Paolo Pietrangeli e Daniele Sepe.

Primo, salvare i nastri

Intanto, il 14 settembre scorso, l’Istituto ha riaperto le sue “nuove” porte. “Il problema più urgente – dice Ivan Della Mea, nuovo direttore del De Martino subentrato a Franco Coggiola, scomparso nel 1996 – è salvare i nastri. Nei prossimi anni saremo impegnati a trasferire su cd i documenti contenuti nei 5.700 nastri che costituiscono l’archivio sonoro del De Martino, il Fondo Bermani, il Fondo Portelli, il Fondo Mimmo e Sandra Boninelli, ma anche interessanti raccolte sul Maggio francese e sulla Rivoluzione portoghese. Contemporaneamente verrà avviata la catalogazione dei documenti con un software adeguato”.

Ivan Della Mea

Il salvataggio dei documenti sonori raccolti negli scorsi decenni, il loro trasferimento su supporti che garantiscono una maggiore conservazione e una fruizione più rapida, la catalogazione informatizzata di canti, musiche, fiabe e testimonianze, la messa “in rete” di suoni e immagini in forma multimediale, sono alcune delle problematiche che oggi devono affrontare gli archivi sonori e i centri etnografici.

L’esperienza che sta compiendo l’Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Regione Lombardia, diretto da Bruno Pianta, è sicuramente fra le più avanzate a livello europeo nei campi della conservazione, catalogazione, studio e dell’accesso dei documenti sonori, visivi e cartacei. L’ufficio, che dalla metà degli anni ’70 ha realizzato molte pubblicazioni di alto livello scientifico (15 volumi della serie Mondo popolare in Lombardia, 11 album-Lp e 5 film a carattere etnografico), ha da tempo avviato la trascrizione dei nastri, su dat e cd, e la catalogazione computerizzata dei materiali depositati presso i suoi archivi. I documenti sonori e cartacei già schedati sono oltre 14 mila e in fase avanzata anche la catalogazione del patrimonio visivo, più di 200 mila immagini a carattere etnografico e storico-sociale. Per consentire la consultazione organica dell’intero patrimonio, l’archivio si sta attrezzando con sistemi software che permetteranno l’integrazione delle fonti sonore con le risorse dell’archivio fotografico in una architettura client-service (“in rete”).

Le biblioteche, i musei, i centri culturali o i semplici utenti della Rete culturale della Regione Lombardia, e quelli di Internet, potranno consultare “in rete” l’intera bibliografia, discografia e filmografia del carnevale di Bagolino. Ma non solo. Potranno ascoltare brani delle danze rituali bagosse, edite e non, visionare e stampare trascrizioni musicali, testi e immagini. Visto l’andazzo, non è poco.