Videointervista di Aurelio Citelli, assiste Luciano Sassi
Isola Dovarese CR, 28 novembre 2004
Trascrizione di Alberto Rovelli
AC Quando e dove è nato?
Il trenta maggio del 1922 a Capella dè Picenardi, in provincia di Cremona.
AC Abitava lì, prima?
Sì. Poi dopo mi son trasferito a Guidizzolo (MN) per lavorare in un caseificio.
AC E che lavoro faceva, quando era giovane?
Qui a Capella dè Picenardi lavoravo come contadino, avevo un campettino di venti pertiche di terra, e la casa dove abitavo con mia mamma e una sorella. Un’altra sorella era già sposata.
AC E la mamma e il papà cosa facevano?
Il papà l’evi pù, è morto che avevo neanche quattro anni.
AC Cosa faceva quando era in vita, il papà?
Il contadino. Eravamo tutti contadini. In quelle zone lì non c’era altro da fare.
AC E lei che scuole ha fatto?
La quinta elementare.
AC Sempre lì al paese?
Sì, al paese.
AC Come è entrato nella divisione Acqui? Diceva suo figlio che tanti in provincia di Cremona sono entrati nella divisione Acqui…
Eravamo in tanti, sì. Per esempio, noi qui di Cremona, i coscritti del ’22, la mia classe, eh, eravamo una ventina al Terzo Artiglieria di Cremona. Dopo ci hanno selezionato e ci han messo dentro, perchè eravamo quattro batterie, per l’istruzione, per il giuramento e tutte quelle cose li. Io ero la prima batteria, quella che è stata inviata a Cefalonia. Siamo partiti di Cremona, siamo arrivati a Bari dove ci siamo imbarcati, poi Brindisi, Valona, Prevesa, in Grecia, e poi lì ci hanno sbarcati. Abbiam dovuto prendere un altro mezzo di imbarco perchè la nave su cui eravamo era grande e a Cefalonia non poteva entrare in porto. L’otto agosto millenovecentoquaratadue (1942, ndr) sono arrivato ad Argostoli, che è la capitale, la cittadina più grande dell’isola di Cefalonia; ero nel settimo gruppo della divisione Acqui, un tempo comandata dal maggiore Bontempo, che poi l’hanno rimpatriato per anzianità.

AC Come mai vi hanno mandato a Cefalonia?
Non so il motivo preciso, so che gli ufficiali l’hanno presa come punto di difesa delle isole Ionie. Sono sette le isole lì in quella zona: Corfù, Cefalonia, Zante, Itaca… Cefalonia era l’unica isola del Ionio che aveva la difesa. Lì c’era la fortificazione. Noi eravamo dodicimilacinquecento militari comandati dal general Gandin (Antonio Gandin) (1) e l’altro generale della brigata che era il general Gherzi (2).
AC Cosa faceva a Cefalonia?
Io ero segnalatore ottico, usavo le bandierine, non so se lei…
AC Faceva le segnalazioni?
Noi eravamo addetti specializzati per far segnalazioni ai reparti esterni o aerei. Quello lì era il nostro servizio.
AC Ho letto sul libro che la vita lì non era male…
No, anzi. I primi tempi che eravamo lì ci hanno raccomandato: “Attenzione perchè ci sono i partigiani!”. Però noi partigiani non ne abbiamo mai visti, non abbiamo mai sparato un colpo. Perchè ne vuriam ben (ci volevano bene, ndr) i greci, noi andavamo d’accordo con loro e si faceva una vita tranquillissima, non avevamo problemi con i greci.
AC Cosa pensava di questa avventura quando è partito per la guerra, ?
A dir la verità non è che si aveva dei pensieri… sì, eravamo lontani di casa, va beh, ma era l’istruzione che ci avevano imposto, un po’ l’esercito e un po’ la politica… era il tempo che Mussolini voleva diventare, non so, come Hitler, un po’ il padrone dell’Europa…
AC Quindi lei è arrivato a Cefalonia nell’agosto millenovecentoquarantadue ed è rimasto lì fino all’otto settembre del quarantatre?
Fino all’otto settembre.
AC Senza problemi?
Niente, benissimo, guardi.
AC E poi che cosa è successo, come avete avuto la notizia dell’armistizio?
Guardi, a dir la verità io ho sempre montato poco di guardia, pochissimo. Quel giorno lì mi trovavo di guardia alla polveriera. Eravamo un gruppo di dodici militari di guardia alla polveriera. Sono le sei di sera: “L’armistizio, l’armistizio, è finita la guerra, avanti la guerra”. E noi, felici, avevamo il nostro caricatore dentro nel moschetto, pitipim, pitipum, abbiamo sparato diversi colpi di, in segno di allegria, perchè terminava la guerra. Invece, caspita, altro che terminare la guerra!
Lì, poi, è venuto fuori il problema: coi tedeschi o contro i tedeschi? La maggior parte di noi militari eravamo contro i tedeschi, non volevamo depositare le armi. Il general Gandin aveva riunito gli ufficiali maggiori per sentire l’opinione dei militari, però, come dico, la buona parte eravamo tutti d’accordo di non dar le armi ai tedeschi.
AC Che cosa avevate contro i tedeschi, c’erano cattivi rapporti con loro?
No, niente, anzi. I rapporti erano buonissimi, almeno nelle poche volte che abbiamo avuto modo di incontrarci, di stare insieme a quei militari tedeschi. Non abbiamo trovato niente di male.
AC Quanti erani i tedeschi sull’isola?
Tremila. E noi, tra Corfù e Cefalonia, eravamo dodicimilaecinquecento.
AC Quindi molti più italiani.
Oh, altroché! Tra l’altro, l’undici settembre, avevamo già fatti prigionieri i tedeschi che erano sull’isola perchè la nostra intenzione era di non dare le armi ai tedeschi, e così è stato fatto. E i tedeschi sono stati messi nella zona migliore dell’isola, lì ad Argostoli, è una baia del mare e lì c’era una bella veduta; e questi tedeschi sono stati messi lì come prigionieri. E siamo andati avanti fino verso quindici, sedici settembre.
Nel frattempo avevano cominciato a venire a Cefalonia altri tedeschi. Cosa succede? Quando questi tedeschi si sono avvicinati un pochino all’entrata del porto la nostra batteria ha aperto il fuoco. Erano una decina di zatteroni con militari tedeschi che sbarcavano per liberare quelli che erano nell’isola. Così quattro o cinque zatteroni sono stati affondati dalla nostra artiglieria. Non potendo entrare in porto, i tedeschi hanno cominciato i stukas. Il comandante della divisione General Gandin, aveva chiesto a Brindisi se potevano mandarci qualche aiuto, qualche rinforzo. Niente. “Arrangiatevi”. Poi questi stukas hanno cominciato a mitragliare. Al ventuno settembre sono sbarcati seicento alpini tedeschi: ecco lì cominciavano a farci la festa; sono sbarcati in una zona dove c’era una nostra batteria, a Fiscarda.
E lì, man mano che entravano ci facevano la festa a tutti; il capitano della terza batteria è stato fucilato due volte. E’ stato ferito a un braccio, è caduto, e poi altri militari son caduti ancora; dopo son passati a dare il colpo di grazia […].
Poi dopo sono arrivati anche in Argostoli. Sono arrivati lì da noi, lì han fatto l’adunata come di solito, hanno interrogato il capitano Valgoi, che era il comandante della batteria, e poi col mitra ci hanno sparato come quando noi si uccideva il maiale: RRR! Era un uomo un pò robusto, e l’hanno sventrato.

AC Lei ha visto questa scena?
Eh, cavolo! Poi c’era il tenente De Martino; l’han preso in alto in basso. E poi han sparato al nostro reparto, che eravamo ottantacinque. Quando han sparato contro al reparto io, per fortuna, mi trovano non la prima fila davanti, mi trovavo la terza, l’ultima, lì e come hanno sparato, c’era un muro a secco, e sotto c’era un pò di avvallamento, veniva usato per le olive, per i vigneti, e per altre cose. E ho fatto tempo fare una capriola, sono arrivato sotto questo muro a secco, e poi a gattoni sono andato avanti una ventina metri… in ottantacinque che eravamo ci siamo salvati in tredici. Non tutti, perchè qualcuno era ferito. Gli altri son tutti morti.
AC Nessuno vi ha visto mentre scappavate dietro questo muretto?
Non posso dire perchè indè chel mument lì non c’è modo di guardare a destra, a sinistra, era appena tempo di guadagnarsi la pelle e basta.
AC Ricorda che giorno era?
Il ventuno settembre.
AC Mattina o pomeriggio?
Penso che sia stato al pomeriggio. Adesso non ricordo proprio bene, ma mi sembra sia stato al pomeriggio.
AC Quindi siete scappati, vi siete nascosti?
Nascosti. […]
AC Così lei si è salvato.
Io mi son salvato in quel modo lì. Poi dopo sono andato avanti un pochino; più in alto, perchè noi eravamo giù in basso, c’era un altra batteria, erano dei cannoni francesi che poi li abbiamo usati noi, per difesa. Poi ci han presi, ci hano inquadrato tutti, e ci han portati giù nella caserma Mussolini. E quando siamo arrivati nella caserma Mussolini – noi del Ventidue (1922) che eravamo i più giovani del nostro gruppo – ci siamo raccontati un po’ tutta la faccenda.

AC Tutto per non aver consegnato le armi…
Perchè non abbiamo dato le armi.
AC Ma se voi aveste dato le armi, che cosa sarebbe successo?
La seconda batteria, che era in un’altra zona opposta a dove eravamo noi, a Samos, lì c’era il tenente Pegorini, tenente medico, si è avvicinata ai tedeschi, non hanno combattuto coi tedeschi, loro sono andati coi tedeschi, li hanno disarmati e poi li hanno concentrati e per un pò di tempo sono stati affiancati ai tedeschi. Poi, verso il ventidue, ventitre settembre, dei tedeschi che sapevano l’italiano son venuti nella caserma Mussolini dove eravamo concentrati – lì c’era il comando diciassettesima fanteria – e han chiesto se noi eravamo propensi ad andare coi tedeschi, ma son stati solo otto o dieci che sono andati con i tedeschi.
AC Quindi su dodicimila in quanti hanno accettato di deporre le armi?
Pochi, pochissimi, almeno di quelli della seconda batteria, son andati coi tedeschi. Tutti gli altri sono stati fatti prigionieri.
AC Quelli che sono andati coi tedeschi, cosa facevano, partecipavano anche loro ai rastrellamenti?
No, questi qui non partecipavano ai rastrellamenti. Dopo li hanno trasportati in terraferma.

AC Praticamente siete stati abbandonati…
Abbandonati! Ecco, quella era la parola.
AC Quali erano i vostri pensieri?
Eh, si stava lì, aspettando un aiuto che però non si sapeva da dove poteva arrivare. Poi, il 26 settembre una nave con più di mille prigionieri italiani, è andata su uno sbarramento minato appena fuori della baia del porto ed è affondata. Su mille soldati se ne sono salvati cinquecento.
AC Lei, però, racconta che non è andata casualmente sulle mine.
No. Perchè dopo è successo un altro inconveniente di questo tipo. Io mi trovavo lì nella caserma Mussolini coi miei amici e man mano si vedevano portar via, cioè trasportare questi nostri militari in Grecia per poi mandarli dove volevano loro. Il tredici ottobre i miei amici: “Andum, partiamo, andum, andiamo anche noi, andiamo anche noi”. Un mio amico di Cremona, un certo Rossi Fausto, el fa: “Mi sa che vegni mia a cà”. “Oh, Rossi” ghe fa “dai, stuma insema!”. Ce n’era altri due che, erano di Rivolta d’Adda, Spino d’Adda: “Stiamo insieme, viviamo insieme”. Questo ragazzo si leva il crocefisso che aveva al collo, gliel’aveva dato sua mamma, e l’ha messo al collo a me. Poi ci siamo imbarcati. Verso le sette, la nave si è mossa dal porto di Cefalonia, lì, di Argostoli, e ha cominciato a prendere il largo per arrivare a Patrasso. Alle otto e mezza di sera, han fatto scoppiare le caldaie. Su millecinquecento ci siamo salvati in duecentocinquanta. Al mattino, quando ci siamo trovati a Patrasso, quei pochi che sono rimasti, eravamo un pò nudi, un pò mia nudi.
Quando abbiam sentito l’esplosioni della nave, è stato come che un terremoto… Woom, proprio un tremore così. La nave aveva due stive, profonde, e a un pò più della metà c’era un anello. Io mi trovavo in quell’anello lì assieme con degli altri amici, si parlava: “Andiamo a casa, adesso arriviamo a casa, ‘ndemo mangià chi, ‘ndiamo mangià le”, e c’era una scaletta a due metri, ho fatto tempo arrivare a questa scaletta, e sono arrivato in coperta e mi son trovato con dei marinai: “Alle scialuppe, alle scialuppe!”. Abbiam calato la scialuppa in mare, però serum su in tanti e la scialuppa era facile che affondava. E lì ci siam buttati in mare; io avevo su ancora i pantaloncini e la camicia di tela.
Noi eravamo scortati da due dragamine; in più c’era un’altra nave a fianco alla nostra con gli ammalati e i feriti. Allora mi butto in mare, avrò fatto diciamo così un duecento metri a nuoto; caspita, non ce la facevo più perchè ero vestito, e poi non ero un nuotatore, perchè gh’evi (avevo, ndr) imparà nelle rogge qui a Capella Picenardi, perchè io son di Capella Picenardi. E questi dragamine mi fanno segno di avvicinarmi. Allora mi faccio coraggio un pochino e sono arrivato lì a questo dragamine. Erano i tedeschi. M’han preso, m’han tirato su e m’han messo vicino al fumaiolo della caldaia. M’han dato un pacchetto di sigarette… e m’han raccolto proprio bene. Nel frattempo han preso ancora degli altri e ci siamo avvicinati alla nave dove c’erano su i feriti e gli ammalati, e lì hanno buttato delle corde, e siamo riusciti ad arrampicarci e arrivare a bordo della nave.
Tra l’altro mi sentivo anche bene, dopo. Mi son messo anch’io a dare una mano a tirare su altri che erano in mare. N’èm tirà su quindici o sedici di questi militari. Dopo un momento sento uno che mi chiama: “Sassi, Sassi!”: era un altro mio amico di Ostiano, era emigrato in Belgio e dopo era stato richiamato in Italia a fare militare. El me ciama: “Uei, Sassi, Sassi, t’ho conoscì che te s’è!”. Non parlavamo in italiano, si parlava così, nella nostra lingua, perché era più facile. E così ci siamo trovati e sum stat’insema…
AC Quindi su millecinquecento, vi siete salvati in duecentocinquanta. Gli altri sono annegati tutti?
Ecco, c’ho ancora l’impressione, perchè quando ero in salvo, vedevo ancora i militari in mare che cercavano aiuto. Dalla nave dove eravamo, quelli rimasti sopra buttavano giù del materiale, tavole per fare delle zattere, molta di questa roba è stata buttata giù in quel modo lì per salvare quelli che stavano ancora in mare. Un mio amico che era di Nerviano, era del Venti, lo trovo a Patrassoe mi fa: “Uei, Famei” in milanese, sa cosa vuol dire famei? Sì bergamin: “Uei, Famei – ghe fo – cuma che fa te se chi?”. Lui è stato fortunato perchè quando la nave ha fatto il vuoto, che andava a fondo, perchè assorbiva, è stato buttato fuori, era spoglio, quasi nudo, in mare. E una corda, non so che cribbio, una cosa del genere, l’ha avvolto e gli ha dato una frustata, e l’ha buttato fuori una ventina di metri. Aveva tutto lo stomaco e la schiena pelato da questa frustata. L’m’ha dì: “Guarda”. Ci siamo abbracciati e dopo siamo sempre stati insieme fino a quando siamo stati rimpatriati.
AC Signor Sassi, però, lei ha fatto un giro lungo prima di essere rimpatriato.
Oh, guardi, i tedeschi m’han portato a Patrasso, Pireo, Corinto. A Corinto ci hanno imbarcati su una tradotta, e abbiamo fatto ventidue giorni di tradotta: Jugoslavia, Serbia, poi siamo passati in Romania, in Bulgaria, siamo arrivati in Polonia. In Polonia, a Brest (Brest-Litovsk, ora in Bielorussia, ndr) ci hanno sbarcati. Siamo arrivati in un posto discretino, belle villettine, casermette. Siamo stati lì un mese.
AC Sapevate dove vi portavano?
Niente, niente.
AC E sapevate che cosa succedeva in Europa?
Niente. Si vedeva il movimento dell’esercito tedesco però non sapevamo niente. Abbiamo fatto un mese lì e poi ci han portati in Russia a riparare una linea ferroviaria. Non so se son stati i Russi nella ritirata che han fatto saltare questa linea o se son stati i partigiani, perchè in Russia c’erano molti partigiani russi che lottavano per la loro liberazione. Lì abbiam lavorato un paio di mesi ma abbiamo combinato poco. Ogni venti giorni, al massimo un mese, io traslocavo. Il nostro campo di concentramento – numero centoundici – andava sempre avanti, ci trasportavano. Perchè dopo han cominciato la ritirata i tedeschi e i russi venivano avanti; sono ritornato ancora in Polonia, a Lumines, Cobri e poi in un altro paese. Dopo siamo arrivati in Cecoslovacchia: lì sembrava di aver trovato un posticino un pò discreto, facevamo i contadini: “Oh, lì, andum mia mal, guma un laurà del nost pà”. Poi siamo rientrati ancora in Polonia e all’inizio del quarantacinque abbiam fatto il famoso corridoio di Danzica. […] Lì c’è una striscia di mare che sarà dieci o quindici chilometri, era ghiacciata. Era un formicaio di gente che arrivavano per andare sulla zona che dopo di là c’è la Danimarca. […] Poi siamo arrivati sul terraferma, a Oliwa, vicino a Danzica. Era già marzo del quarantacinque. Lì i bombardamenti erano terribili, i russi i sparava a crepapelle, perchè i capiva che era la fine.
AC E cos’ha fatto quell’anno lì, perchè adesso è arrivato a marzo del quarantacinque?
Ah, lì si lavorava: fortificazioni, camminamenti, facevamo fossi anticarro. Loro usavano il tritolo: mettevano giù dei candelotti di tritolo per una ventiva di metri, poi davano la miccia, e faceva la buca. E invece il nostro lavoro era in gran parte fare i camminamenti.
AC Tipo trincea?
Era una trincea, ecco. E allura lì, quand lur ‘rivava il fronte, se truvava bel’è prunt la trincea. Em fà quasi semper tutti chel lavurà lì, per la difesa dei tedeschi.
LS Poi lì ti han preso i russi?
E lì ci han preso i russi. A Danzica, dico la verità, ho visto la Katjusha (3), ho visto degli altri mezzi russi, chi carr’armà li, gros a che la manera lì, era di bestion! Avevo un sacco – lo zaino ghe l’evi pù perchè l’ho pers tre volte, il me zaino – e in fondo al sacco avevo messo due patate. E allora ero a fianco di questo carro armato, per ripararmi un pò dai mortai russi, perchè lì a gh’era propri el frunt. Un altro ‘l ghe fà: “Guarda che ch’el lì l’è mia ùn che ven chi a fa di dan al nost carr’armà, l’è un prisunè”. E allora sto ufficial el m’ha lasciat andà, e via, poi mi son trovato in mezzo agli altri. Dopo ci hanno concentrati dentro un palazzo. Noi eravamo in mezzo al fuoco: mortai russi da una parte e mortai tedeschi dall’altra.
LS Dopo come hai fatto a tornare in Italia?
Adagio, adagio, i russi ci hanno caricato su una tradotta e siamo partiti. Eravamo sempre in Polonia, a Biloski, a Toruń. Ogni tanto la tradotta si fermava perchè sembrava ci fosse posto per scaricarci. E sunt arrivà fino in Bielorussia. Al post l’era mia mal. Ci hanno portati lì, in questo campo di concentramento, non c’erano reticolati, podiven ‘ndà avanti e indrè del camp che nisun diseva nigot. Che poi la Bielorussia l’era pùsè polacca che russa.
Un giorno eravamo lì ad aspettare mezzogiorno per mangiar qualche cosa, e arriva lì una sergente cosacca a caval, e per caso la capita visin a me. Cercava tre capaci di mungere le mucche. “Cavolo” gh’u dì, “chi gh’e un alter mesterulin, che me il latte me pias tant”, sul serio, dico la verità. Lì gh’è ‘l me amis : “Famei, famei”, “Ma no, mi sun mia bon, non son capace di mungere, una cosa del genere”, “Eh, ma l’è un mestè che te fet alla svelta a imparà”. Una altro mio amico che era di Casarsa, Udine, dice: “Mi sun bon!” Avanti! Allora ‘sto sergent me dis: “Prendete il vostro zaino, venite al comando”. E dopo quattro o cinque giorni questa ragazza la fà: “Domani si parte” e ‘ndum là ‘ndo gh’era ‘ste vacche. Le mucche c’erano e ghe n’era tante, perchè era una azienda grossissima. C’erano già le donne che mungevano queste mucche. Era un deposito della sussistenza dei russi e siamo stati lì un pochino. E lì è stata una pacchia. Orca, avevamo fatto anche la fidanzatina, sì, sul serio. Un giorno questa sergente mi fa: “Metti le selle ai cavalli che dobbiamo andare”. Allore siamo partiti. Gh’em fat un’ora di galop, di trotto, ecco. Siamo arrivati in un posto dove c’erano altri militari. Viene fòra un russo col mitra in mano, una fetta de pan bianco di segale lunga a ‘ste manera chi, burro, en bicer de grapa che l’era una cannonata. […] Poi dopo alla fine mi chiama lei, la sergente: “Vieni qua”, la me da ses butigli di grappa: “Mettile nelle borse delle selle”. E siamo ritornati al nostro accampamento. Lì avevamo una stanzettina granda come questa, coi nostri lettini. Dopo un pochino, vien fuori un tenente: “Italiasko, pied vodka!”. E mi ghe fo: “Guarda che ho già bevuto qualcosa, sto già bene”. “Pied vodka!” poi dopo ‘l m’ha dis ‘na parola come a dire: “Non sei un soldato, non sei un italiano se non bevi” e allora finisa ‘sto bicier. Dopo un pò ‘l ven fora amò con un alter bicier e gh’è da bev amò. Me capivi che seri bel’è a post, avevo già la testa che girava… “No, io – ghe fo capì – sono ubriaco”. “ E me te spari”, el ma dì. “Pied vodka, pied vodka!”. Porca miseria, se chesto chi l’è ciuc, el me spara el me masa, ma l’è mei che beva el bicer de grapa, che se mori, mori ciuc, mori mia con una pallottola in de la testa. Premm! El me spara un culp, mi s’eri dinanz a la porta tant ‘me lì, el culp l’è andà denter in dela porta. Niente, mi metto sulla mia brandina, e cominci a dormì, ven fora ‘sta sergenta e lè l’era pùsè ciuca de me.
Su stat un dì e mes – un giorno e mezzo – a let, ciuc, che capivi nigut. Ecco, se mi bevevi mia l’ultim bicer de grapa, ch’el culp la el me vegniva inde la testa, el me masava.
Poi ci hanno spostato in un altro posto; per fortuna ho trovato dei polacchi che ragionavano e mi sono affiancato a loro fino al venti dicembre. Dovevo partire al ventidue di dicembre ma questi polacchi mi dicono: “Ma no, Sassi, non partire, fai il Natale qui assieme a noi” e così ho fatto. Il ventisette di dicembre son partito, sono andato alla Croce Rossa Polacca che mi ha rilasciato qualche documento e poi ho sono andato a Varsavia, alla Croce Rossa Italiana che mi ha mandato all’ambasciata italiana. Lì mi han dato un visto, un lasciapassare per poter viaggiare, per rimpatriare. Mi fanno: “Vai in stazione, che c’è il treno fai a tempo partire, arrivi a Katowice e lì c’è l’imbarco per l’Italia”. Arrivo in stazione e c’è un cartello: “Chiuso”. Nient. Allora ‘speti la matina. La stazione era tutta bombardata. Arriva dentro un pattuglione russo col mitra Parabellum, i me guardan: “Tu, chi sei?”, “E” ghe disi “sono italiano”, faccio vedere il lasciapassare che ho dalla Croce Rossa, el me da una manata in sula spala, e ‘l matino dopo sono partito e sono arrivato a Katowice. Lì sono stato fermo quattro o cinque giorni. Siamo arrivati a Praga dove alla Casa d’Italia abbiamo fatto due giorni e poi ci hanno imbarcati sulle tradotte e siamo arrivati nella zona tedesca dove c’erano gli americani, siamo arrivati a Innsbruck. Lì c’è stata la disinfestazione e poi dopo adagio, adagio, siamo rientrati in Italia. Ci hanno fermati ancora a Verona dove c’era il campo sosta e il giorno dopo ho preso il treno per Brescia, Brescia e Cremona, e sono arrivato a casa.
Quanti anni è rimasto lontano da casa?
Quattro anni.
E quante lingue ha imparato nel frattempo?
Ah, guardi, il polacco, il russo; il tedesco poco, ma il polacco e il russo erano diventate lingue familiari. Tra l’altro, ho avuto un congelamento ai piedi, che c’ho ancora un piede che, insomma, fo un pò fadiga, ecco. E, e quando m’hanno operato – un capitano tedesco e un altro russo – i me ciapa e mi porta dentro in infermeria, eh, lì el maggiore tedesco mi dice: “Conta!” e allora me meti dre cuntà, un, du, tri, quater, cunti fino trenta, quaranta: “Conta forte, conta”, e cinquanta, intant che mi seguitai a dì cinquanta lur i gh’ha fat el mestè che gh’era de fa. Avevo tutti e due i piedi – il sinistro poco, ma il destro di più – congelati. […]
AC Cosa ne pensa del fatto che il presidente Ciampi ha affermato che Cefalonia è stato uno dei primi atti della Resistenza italiana?
Noi siamo partigiani all’estero, siamo considerati i primi partigiani d’Italia, i primi partigiani. E quando siamo andati a Verona, che si faceva l’anniversario tutti gli anni, al ventuno di settembre, il Presidente Scalfaro ci ha fatto dei complimenti. […]
AC In totale quanti italiani hanno ucciso a Cefalonia?
Più di cinquemila, su dodicimila. E hanno fucilato quattrocentocinquanta ufficiali.
(1) Antonio Gandin, nato ad Avezzano (AQ) il 13 maggio 1891, caduto nell’isola di Cefalonia (Grecia) il 25 settembre 1943, generale di Divisione, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Si era laureato in Lettere e, dopo aver frequentato l’Accademia militare di Modena aveva partecipato alla Guerra italo-turca e alla Prima guerra mondiale. Quando scoppiò il secondo conflitto mondiale si trovava, come generale di Divisione della “Acqui”, a presidiare l’isola di Cefalonia. All’annuncio dell’armistizio avviò trattative con il comando tedesco dell’isola, forte di circa duemila soldati. Ma i suoi ufficiali e i suoi soldati erano decisi a battersi contro i nazisti. Nei combattimenti che si svilupparono tra il 15 e il 22 settembre 1943, gli italiani riuscirono a costringere i tedeschi ad abbandonare l’isola. Ma i nazisti, tornati in forze e col massiccio appoggio dell’aviazione, riuscirono ad avere il sopravvento. Impossessatisi di Cefalonia diedero il via alla strage dei militari italiani. Al momento della fucilazione, il generale lanciò sprezzante, contro l’ufficiale che comandava il plotone di esecuzione, una decorazione germanica che aveva guadagnato sul campo di battaglia.
(2) ll generale di brigata Luigi Gherzi era il comandante della fanteria della Divisione Acqui, stanziata sull’isola di Cefalonia. Fu ucciso dai tedeschi durante l’eccidio di Cefalonia, un crimine di guerra avvenuto dopo l’armistizio di Cassibile. Gherzi venne catturato presso il suo comando tattico in località Kokkolata e ucciso insieme agli altri ufficiali del comando.
(3) Così veniva chiamato comunemente il sistema d’arma RS-132, acronimo di Reaktnivnyj Snarjad 132, un lanciarazzi sovietico della Seconda Guerra Mondiale installato prevalentemente su autocarri. Deve il suo nome alla famosa canzone popolare sovietica Katjusa composta qualche anno prima, e molto diffusa tra i soldati dell’Armata Rossa.