Le voci dei pifferai. Gianfranco Brignoli “Barbetta”

Pubblichiamo una vecchia intervista con Gianfranco Brignoli detto “Barbetta” (1947), realizzata nel 2003 nel corso della lavorazione del videodocumentario Le voci dei pifferai. Già barista a Varzi, Barbetta ha ereditato da Ernesto Sala parte del suo repertorio.

Intervista di Aurelio Citelli
Livelli (frazione di Bagnaria, PV), 23 agosto 2003

AC Il tuo nome, la tua età e la tua attività oggi?

Io mi chiamo Brignoli Gianfranco, sono nato il tre dicembre del Millenovecentoquarantasette e attualmente faccio il barista anche se sono quasi stufo, non mi piace più questo mestiere. Dopo vent’anni che lo faccio ne ho piene le scatole, sinceramente.

AC Una volta, però, tu facevi anche il suonatore di piffero e hai vissuto la stagione di passaggio nella vicenda di questo strumento perché non c’era quasi più nessuno che lo suonava…

Sì. Ho iniziato dopo il militare, avevo vent’anni. Poi, ho suonato per una quindicina o vent’anni, con diversi suonatori. Allora era un periodo diverso, era diverso il suonare, c’era tutta un’altra atmosfera, si facevano le feste nei paesi, feste da ballo proprio. C’era anche soddisfazione a suonare il piffero. Adesso è cambiato un po’ tutto. Poi, da quando ho aperto quel bar lì (a Varzi PV, ndr) ho dovuto smettere perché non avevo più tempo, ecco.

AC Ma prima del militare non avevi mai suonato niente?

No. Il piffero ce l’ho sempre avuto. Era lì. Però siccome mio nonno era morto tragicamente in un incidente, a cinquantaquattro anni, mia nonna era gelosa non me lo lasciava toccare, non me lo lasciava usare.

AC C’era, in famiglia, questa figura del nonno che suonava il piffero…

Ma me lo ricordo vagamente perché lui, praticamente, è morto nel Cinquantaquattro, io son del Quarantantasette, avevo sette anni. Me lo ricordo come in un sogno, mio nonno. Ricordo che faceva le prove, in casa, prima di andare a suonare…

AC Dove abitava?

Noi abitavamo ad Albareto (frazione del Comune di Varzi, PV, ndr), in famiglia. Abitavo lì anch’io.

AC Come si chiamava il nonno?

Lui si chiamava Brignoli Domenico, lo chiamavano il Picco, Pic.

AC Negli anni Trenta e Quaranta era uno dei suonatori più attivi, no?

Allora era uno, non dico dei migliori perché non lo so, io non posso giudicare, comunque a detta della gente era uno dei migliori, paragonato a Jacmon. Beh, Ernesto (Ernesto Sala, di Cegni, ndr) allora, era ancora un po’ mediocre poi è diventato uno dei migliori, a mio avviso.

AC Il Picco che repertorio aveva?

Lui suonava tutto, praticamente. Però era più adatto nei valzer e nelle mazurche. Era un suonatore da feste da ballo… Sapeva le Monferrine, sapeva le Piane, le sapeva tutte, le suonava perfettamente. Però era più portato per un suono, diciamo da ballo più moderno, ecco: valzer e mazurche.

AC Tu l’hai sentito suonare anche sul ballo?

Io l’ho sentito una volta sul ballo. Però a sette anni cosa vuoi ricordarti? So che c’era un qualche cosa di misterioso, da quel che mi ricordo. C’era qualche cosa di bello a sentire quel suono.

AC Dicevi che il piffero che avevi in casa era quello del nonno. Da dove arrivava lo strumento, chi l’aveva tornito?

L’aveva fatto arrivare lui da Cicagna, da quel Bacigalupo, come si chiamava…

AC Il Grisu.

Il Grisu, Bacigalupo.

AC Quindi è un piffero pregiato, dicono che i Cicagna fossere i migliori…

Sì. Allora non è che uscivano tutti uguali i pifferi. Questo di mio nonno era un piffero un po’ difficoltoso perché era un po’ troppo largo in fondo, largo di nota, e sottile in alto. Bisognava trovarci un musotto adatto per farci fare la voce giusta. Capisci? Io ho sempre tribolato tanto con quel piffero lì. Perché aveva quel difetto lì. […] Ho sempre tribolato coi musotti, più che altro, ma a causa del piffero che non era perfetto, secondo me. Comunque mi sono divertito e ho fatto divertire anche gli altri, eh…

AC Tu hai sempre suonato solo quel piffero lì?

Io ho sempre suonato solo ed esclusivamente quel piffero lì.

AC C’era anche un rapporto, come dire, familiare con quello strumento…

Beh, senz’altro. Era un onore per me suonare un piffero così.

AC Com’era l’ambiente dei suonatori, qui in Appennino, alla fine degli anni Sessanta. Come hai fatto entrare in questo mondo?

Io sono andato per caso una sera a Cignolo e sono entrato in una stalla. C’era Ernesto Sala che suonava insieme a Baciunein (Brignoli Domenico, di Negruzzo). E sulla fisarmonica Baciunein aveva scritto Brignoli Domenico, no? Era anche il nome di mio nonno. E mi sono chiesto “Come mai avrà scritto…” Perché ha suonato anche con mio nonno quel Baciunein… Sai chi è Baciunein?

AC Sì, fisarmonicista di Negruzzo.

Di Negruzzo. E lì ho sentito quel suono lì, in quella stalla lì… mi sembrava una cosa di fantascienza e ho cominciato ad appassionarmi al piffero… poi ce l’avevo lì e così ho cominciato a suonare.

Negruzzo (PV)

AC Come facevi a ricordarti le suonate, a imparare i balli?

 E lì è stata dura, eh! E’ stata dura. Io andavo a sentire Ernesto, anche perché era l’unico da imitare, allora mi piaceva solo lui. Era dura riuscire a ricordarsi le suonate… Poi quando sono usciti i primi registratori ho incominciato a registrare qualcosa, poi me li sentivo a casa… e alla bell’e meglio cercavo di imitarlo.

AC Ma tu, poi, con Ernesto hai avuto anche un rapporto di conoscenza diretta…

Io ho avuto un rapporto di amicizia con Ernesto perché lui mi stimava quanto io stimavo lui. Mi ha sempre aiutato, mi dava dei musotti quando li avevo bisogno. Mi è capitato di non poter andare a suonare qualche volta perché avevo degli impegni ed è andato lui al mio posto. Era una persona squisita, per me.

AC C’era collaborazione?

E’ stata una collaborazione naturale, senza invidia.

AC Tu sei stato, molto probabilmente, l’unica persona che ha avuto questo rapporto con lui quasi una sorta di allievo…

Penso di sì… Anzi è successo che poi, per un periodo, eravamo quasi rivali perché suonavo più io di lui. La gente cominciava a non capire più niente. Avevo più feste da fare, io, rispetto a lui. E questo mi dispiaceva perché dicevo: “Ma, insomma, possibile che la gente non riesca a capire che quello là è migliore di me?”. E questo mi è molto dispiaciuto.

AC Dicevi che hai sentito anche a suonare Ernesto con Baciunein.

Sì. Però quella lì a Cignolo è stata l’unica volta, eh! Sarà stato proprio, non so, quando sono venuto a casa da militare, sicché parlo del Sessantasette, Sessantasette o Sessantotto, diciamo. Allora era un periodo un po’ morto per il piffero. C’era Ernesto, Jacmon era morto, e c’era Luigi Agnelli. Ma c’è stato un periodo che c’era solo Ernesto. Poi è scoppiata ancora un po’ la mania dei pifferi ed è andata avanti una quindicina d’anni…

Ernesto Sala (foto di Ferdinando Scianna)

AC Tu quanti anni hai suonato?

Io ho suonato per quindici anni consecutivamente, poi ho fatto ancora qualche anno o due perché proprio avevano bisogno…

AC Mi hai raccontato una volta che il periodo più intenso per te è stato il periodo in cui tu facevi il lattaio, un lavoro pesante…

Eh… anche. Io ho fatto molta fatica a suonare. Non a suonare con lo strumento, a suonare e fare contemporaneamente il lattaio. Al mattino mi alzavo alle quattro. Arrivavo a casa e dovevo andare a suonare: facevo appena in tempo a lavarmi per andare a suonare per gli sposi o per i coscritti. Dovevi essere là alle undici, quando uscivano dalla chiesa.  Insomma è stata una cosa… Eh, è stato un massacro. Il mio suonare è stato un massacro, ecco. E poi, non avevo neanche il tempo di coltivarlo, di mettermi lì a far le prove… Insomma. Le suonate nuove le improvvisavamo tutte lì, davanti al pubblico. Dicevamo “Sa, proviamo quella suonata lì?”. Non l’avevamo mai provata con la fisarmonica, però alla bell’e meglio si cercava di tirar fuori qualche cosa, ecco.

AC Quante feste facevi in quegli anni ?

Ma, allora si suonava tanto eh! Ho fatto dei periodi con dieci, undici giorni filati. Parliamo del mese d’agosto, eh! Quando c’erano quelle feste lì… Un anno ho fatto dodici giorni senza smettere. Tutti i giorni, tutti i giorni. Dal mezzogiorno: coscritti, sposi, festa da sera. Un disastro. E poi si suonava tutte le settimane, i sabati. Il sabato e domenica c’era sempre da suonare.

AC Ti ricordi cosa prendevate in quel periodo lì, come paga?

Uhm, in quel periodo lì prendavamo ventimila Lire in due.

AC Ed era la stessa cifra che prendevano gli altri, che prendeva Ernesto ?

Beh, penso di sì. Non so cosa prendevano gli altri. Comunque era il prezzo base, il prezzo era quello lì.

Le voci dei pifferai. Gianfranco Brignoli “Barbetta”

AC Ma allora era un bel prendere?

Allora era un bel prendere perché la benzina costava poco, insomma… nei primi anni dico eh, poi andando avanti siamo arrivati anche sulle duecento, negli ultimi anni duecento, trecentomila Lire.

AC Tu non hai mai pensato di fare il suonatore come lavoro ?

No, allora era una cosa impossibile vivere su questo strumento. E’ una cosa assurda. Questa è una passione… si può guadagnare qualcosa facendo divertire gli altri, però non ci si può vivere sopra, sicuramente. Specie se hai famiglia.

AC Te lo chiedo perché qualche ragazzo, di quelli suonano oggi, stanno pensando di farlo come lavoro…

No, se cominciano a pensare di farlo come lavoro non hanno capito niente, hanno sbagliato tutto. 

Gianfranco Brignoli “Barbetta” e Giacomo Davio suonano al carnevale di Trebbiano (PV), 1983 (foto di Giuliano Grasso)

AC Chi sono stati i tuoi accompagnatori di fisarmonica?

Il primo è stato Nani Meghella. Nani e Cinto (Cinto Callegari, ndr). Abbiamo fatto il primo carnevale a Selvapiana. Eravamo in tre: Nani, Ernesto e io col piffero. Abbiam fatto qualche festa insieme, così. Poi è successo che Pinotù – che suonava con Ernesto – ha detto che non voleva più suonare e allora Nani, che praticamente era il fisarmonicista più quotato della zona, è andato con Ernesto. E’ stata anche una cosa logica no? Insomma, bisogna sempre cercare di mettere insieme le parti migliori per completare un’opera.
Così io mi son trovato senza fisarmonicista. Erano i primi anni che suonavo, avevo passione, mi piaceva, c’era da guadagnare qualcosa. E allora mio padre mi dice: “Ma c’è uno lì, a Feligara, un certo Dante (Dante Tagliani)” che poi, tra l’altro, era coscritto di mio padre, lo conosceva, lo aveva sentito qualche volta, era un fisarmonicista in gamba. Allora un giorno sono andato a casa sua col piffero, e abbiamo provato a fare qualche suonata. Così ci siamo messi insieme e siamo andati avanti per una quindicina d’anni.

AC Poi hai suonato anche con Mini (Giacomo Davio). Ma come ti trovavi con i diversi fisarmonicisti con cui hai suonato ?

A me piaceva suonare con Nani anche se, poverino, aveva fatto la malaria in Africa, aveva poca forza, non stava mai bene, gli dava fastidio la compagnia. Però era un suonatore intelligente e aveva un accompagnamento valido da piffero, che mi piaceva…

AC Ma aveva già suonato con il piffero?

Lui aveva suonato con mio nonno. Mi diceva mio padre che veniva a casa mia e suonava con mio nonno. E’ stato mio nonno che gli ha insegnato ad accompagnare il piffero. Son tutte cose che ricordo così, vagamente, però ricordo che mio padre mi diceva così.

AC E con Mini, invece, come ti trovavi?

Con Mini mi trovavo molto bene perché era un suonatore grintoso anche se conosceva poco la fisarmonica però accompagnare il piffero aveva un ritmo che faceva piacere. Era un po’ limitato sulle suonate, non potevi fare delle suonate perché lui magari non ci arrivava con gli accordi, non li sapeva. Però era un suonatore che piaceva alla gente.

AC Mi raccontavi una volta che a Casale hai avuto con Mini una discussion per quel valzer…

Abbiamo avuto una discussione a Casale per quel valzer lì che poi non so ancora se aveva ragione lui o se ho ragione io, a volte ci penso però… sinceramente

AC Che valzer era ?

E’ quel valzer in FA (il Valzer del Lento, ndr) troppo bello. Lo suoniamo io e mio figlio col piffero adesso, quel valzer lì.

AC La discussione su cos’era ?

La discussione era sul finale che secondo me come lo facevano loro andavano fuori tempo. E’ nata lì la discussione. Però, non vuol dire, magari era giusta come lo facevano loro, con Ernesto. Io lo finivo in un’altra posizione. Comunque il tempo era quello lì. La prima volta che è venuto su Nani a casa mia a suonare mi ha detto: “Il tempo voi ce l’avete in casa”.

Domenico Balma “Camaradon” conduce la Giga. Passo del Penice, anni Trenta.

AC In quegli anni lì si suonavano ancora le Monferrine, le Gighe. La gente le voleva ? Il tuo repertorio com’era composto?

Il mio repertorio era abbastanza vasto. Quando facevi le feste da ballo non potevi metterti lì a suonar delle Monferrine perché la gente voleva ballare dei Valzer, delle Mazurche e delle Polche. Poi, finito il ballo allora magari si suonava quelle suonate lì, Gighe, Monferrine. Ma non è che poi la gente le ballasse. Sì, qualcuno, ma quelle cose lì si facevano di solito nelle feste predisposte per quei balli lì. Quando andavi magari a suonare a Cegni dovevi suonare quelle suonate lì. O andavi in determinati posti dove le volevano, allora le facevi. Ma nelle serate da ballo la gente voleva ballare il liscio, balli conosciuti da tutti.

AC Tu, oltre a suonare per il ballo, in quali altre occasioni hai suonato?

Matrimoni e coscritti.

AC E ai coscritti cosa si suonava?

Ai coscritti era un massacro perché incominciavi alle undici e poi si andava avanti tutto il pomeriggio e tutta la notte. Si girava in tutti i paesini, si andava di famiglia in famiglia e lì c’era da mangiare, da bere, dolci, focacce. E in ogni famiglia voleva dire fare tre o quattro suonate e via. Era un massacro! Comunque era bello!

Domenico Brignoli “Picco” (piffero) e Arturo Rocchi (fisarmonica), con i coscritti della classe 1907. Varzi (PV), 1925

AC Si mettevano insieme i coscritti di diverse frazioni e organizzavano la festa?

Sì, poi giravano dappertutto. Quando andavo su a Santa Maria (Santa Maria, frazione di Bobbio PC, ndr), lì era un massacro.

AC L’hai fatto diverse volte?

Sono andato diverse volte a Santa Maria.

AC Poi tu, in quegli anni, sei stato uno dei pochi suonatori, credo, che ha avuto l’occasione di suonare anche in contesti prestigiosi. Come quella volta a Firenze, al Palazzo dei Congressi…

Ma sì. Allora non suonavo già più. Avevo già smesso. Poi, non so perché, mi han telefonato, mi han chiesto se per favore potevo andare lì al Palazzo dei Congressi di Firenze. Che ho dovuto tribolare perché non mi ricordavo già più le suonate, me le son scritte su un foglio, a modo mio, ce l’avevo qui in tasca, per ricordarmi… Insomma è stata una tragedia. Comunque è andato tutto bene.

AC Sei andato con Mini ?

Sì, con Mini.

AC Poi sei stato anche al Teatro alla Scala di Milano.

Piano, la Scala!

AC Nel fojer della Scala, c’ero anch’io!

Sì, da lì si vedeva il Teatro della Scala… noi eravamo sopra, però!

AC Beh, è stata una bella occasione… era l’inaugurazione della Mostra degli strumenti musicali di Roberto Leydi.

Sì, e lì abbiamo suonato molto bene.

AC Sì, ricordo.

C’erano delle signore anziane che non ho mai visto… praticamente a Milano non c’ero mai stato, dicevano che non avevano mai sentito un suono così. Se poi era vero o non era vero…

AC Tu, però, sei stato chiamato a esibirti in quelle occasioni perché avevi un suono particolare…

Beh, son stato chiamato perché allora ero l’unico. Ernesto non suonava più…

AC C’era Bani (Ettore Losini, 1951).

E va beh, Bani aveva un repertorio tutto diverso che forse non andava bene per quelle occasioni…

AC Tu eri considerato, sei considerato ancora oggi, anche se poi hai smesso di suonare, quello che ha avuto un ruolo di passaggio, un po’ no? Allora hai raccolto un po’ il testimone..

Sì, ho avuto un ruolo di passaggio, dal vecchio al nuovo… Facevo un po’ di tutto, praticamente. Poi io ero innamorato del suono di Ernesto e discussioni non ce n’è da fare.  Io non ho sentito Jacmon, dal vivo mio nonno non lo ricordo. Ernesto, per me, aveva un suono inimitabile. Ecco, era un qualcosa di super. Perché nessuno riuscirà mai più ad arrivare alla sua altezza, secondo me.

AC Quali erano, secondo te, le caratteristiche del suo suono, e quale è stato il lavoro che tu hai fatto sul suono ?

Prima cosa Ernesto aveva un piffero equilibrato, che suonava bene. Era stretto in fondo e largo in alto, come suono, no? E la sua particolarità, diciamo, erano i musotti. Lui li usava talmente spessi, i musotti… faceva una fatica bestiale a suonarli, però aveva un allenamento tale che li faceva suonare lo stesso. E avendo il musotto duro, spesso, le ance spesse, veniva fuori una nota pastosa, non so… non fischiava il suo piffero… E’ tutto dovuto solo ed esclusivamente dai musotti e dalla sua capacità di usarli. I musotti che usava lui non era capace nessuno di usarli.

AC Ma li faceva lui?

Non li faceva lui perché non era capace. Glieli faceva un suo cugino, un suo parente lì, di Cegni… come si chiamava? Non mi ricordo più. Che poi, infatti, me ne dava dei suoi usati, eh? Musotti che lui scartava. Io ho suonato tante volte coi suoi musotti, che per lui diventavano ormai un po’ deboli, per me andavano bene perché facevo poca fatica. Io avevo molto meno allenamento di lui. Lui ormai era abituato a soffiare in quei cosi lì che per farli suonare bisognava avere una forza tremenda, no? Perché se il musotto è spesso, per farlo vibrare tu devi usare doppia forza. Ci vuole doppio fiato. Io ho provato tante volte a mettermi dietro di lui quando suonava e quando prendeva in bocca il piffero tu sentivi i polmoni che facevano boom. Una roba impressionante! E’ il suono determinato dai musotti che lui aveva. Infatti glielo sempre detto anche con gli altri suonatori: ”Se non imparate a usare i musotti duri, se voi non volete fare fatica, non potete suonare, non potete arrivare a suonare come suonava Ernesto. Lui è arrivato a quel punto lì perché suonava dei musotti duri, perché lui faceva fatica a suonare, gli veniva giù il sudore dappertutto, eh! Diventava rosso come un peperone.

AC Quando parlavi di piffero largo sopra e stretto sotto, cosa intendevi?

Voglio dire che la voce, la nota in fondo era più stretta, invece di fare pàa faceva pé, capisci? E in alto invece di fare fìi faceva ti. Cioè era più equilibrato. In alto il piffero era più dolce, invece di fischiare, perché la nota piccola di solito fa fìi… […]

AC A tuo giudizio Ernesto ha mantenuto lo stile di Jacmon o l’ha cambiato?

Secondo me l’ha cambiato, ma non per sua iniziativa. L’ha cambiato a causa dei musotti. Perché lui ha cominciato a suonare con dei musotti talmente duri che il suono gli riusciva diverso. Allora doveva fare meno note, no? Meno note per poter riuscire a arrivare a finire la strofa praticamente. E lì è uscito un suono inimitabile. Jacmon, ho sentito le registrazioni, sì suonava bene, però era più lineare. Aveva più note, più musica, sì, messe giù anche bene, non discuto per l’amor di Dio. Ma un suono come quello di Ernesto non si sentirà mai più. Non c’è niente da fare. Possono dire quello che vogliono, io la penso così.

Ernesto Sala, Casanova Destra (PV), 1979 (foto di Aurelio Citelli)

AC Tu quante suonate conoscevi, come numero, più o meno?

Quando suonavo con Dante non facevamo mai una sera con due suonate uguali. Mai. Nel giro di cinque sei ore, non facevamo mai una suonata uguale. Avevamo un repertorio di suonate che non finiva più. Alcune potevano anche non piacere. Poi se chiedevano il bis di una suonata gli la facevo, se no ogni suonata era diversa.

AC Dicevi prima che per imparare le suonate hai usato il registratore.

Sì, all’inizio ho usato il registratore, ma poi le suonate le imparavamo lì, sul ballo. Dante mi diceva: “Sa, proviamo questa suonata qua”. Io magari la sapevo un po’ e lui con la fisarmonica andava avanti e ti tac… Poi nel giro di due o tre sere era a posto. Perché in casa non ho mai fatto una prova, con nessun suonatore. Mai. Tutte le suonate le ho imparate sul ballo. Mai che abbiam provato una sera: “Cià, vieni là che proviamo quella suonata lì”. Mai, mai, mai. Non è mai successo una volta. Non avevo tempo.

AC Sarebbe stato necessario qualche volta?

Altroché se sarebbe stato necessario! Però non c’era il tempo materiale anche perché abitavamo a trenta chilometri di distanza uno dall’altro. Come fai?

AC Cosa pensi dei giovani che suonano il piffero: qualcuno di loro compone anche brani nuovi da piffero, valzer, polche e mazurche…

Mah… nel mondo ormai è cambiato tutto, cambierà anche il piffero. Si può inserire qualcosa di nuovo però il piffero è uno strumento con cui non ci si può tanto sbilanciare perché si rischia di andar fuori campo.

AC Secondo te bisogna mantenere la tradizione e non introdurre innovazioni…

Secondo me non si deve modificare perché se si modifica non ci siamo più. Non ha più il valore storico che ha. Ci son delle regole da rispettare, nel piffero, secondo me. Perché è uno strumento difficoltoso e non si può andare oltre, non si può andare contro certe regole.

AC Quindi tu pensi che il piffero possa avere un futuro continuando a suonare valzer, polche e monferrine, e non facendo altro?

Oggi la gente è talmente strana che può andare bene tutto. Io personalmente manterrei una certa linea e non andrei fuori per non perdere il valore di questo strumento. Se poi vogliono farci fare il clarinetto o delle suonate che non hanno senso… non so, può darsi che vadano bene. Adesso cambia tutto, cambierà anche il piffero.

AC Ma a tuo parere il piffero può avere uno spazio, una presenza in quest’epoca?

Sì, però mantenendo la tradizione antica. Se vuol avere un futuro nel moderno non deve andare fuori campo.

AC Che idea ti sei fatto delle antiche musiche da piffero, da che cosa derivano?

E chi lo sa? Mio padre mi diceva a volte che mio nonno ha tirato fuori dei valzer, delle mazurche da suonate che sentivano in chiesa, con l’organo, ad esempio… Quelle cose lì. Poi loro mettevano insieme un po’ tutto… non è che c’era la radio. Non so neanch’ io cosa dire.

AC Non si sa molto sull’origine delle musiche antiche…

Sull’origine, non lo so. Poi tiravano fuori le suonate dalle canzoni più che altro, no? E lì pian piano si vede che hanno iniziato a tirarci fuori la musica, e fare quelle suonate lì. Io non è che sono molto aggiornato su queste cose.

AC Cosa pensi dell’introduzione della fisarmonica al posto della musa?

Penso che la fisarmonica, come strumento di accompagnamento, sia il massimo per il piffero. Nessun altro strumento può accompagnare il piffero come la fisarmonica. Penso sia lo strumento migliore, l’accompagnamento migliore, per il piffero, la fisarmonica.

AC Vorrei tornare su un argomento di cui abbiamo già parlato: qual’è il pifferaio a cui tu ti senti più vicino? Qual’è stato il tuo modello?

Il mio modello è sempre stato Ernesto. Io mi sono sempre ispirato a lui, ho cercato di imitarlo il più possibile ma non sono mai riuscito ad arrivare ai suoi livelli, anche perché è matematicamente impossibile. Al suo stile ci si può avvicinare ma non si può mai arrivare a superarlo o a eguagliarlo.

AC Cosa mancava nel tuo stile per essere soddisfatto, o meglio, cosa non ti piaceva del tuo stile ?

Mi mancavano i suoi musotti e la forza, l’allenamento delle labbra per farli suonare. Ecco. Tutto lì. Non avrei avuto bisogno di nient’altro. Perché la diteggiatura c’era, le suonate le sapevo. Però mi mancavano i musotti e la forza, perché non ho mai avuto tempo di allenarmi, la forza nelle labbra per far suonare i musotti che usava lui. Per fare qual determinato suono che faceva lui ci volevano dei musotti duri, come ho già detto con tutti i pifferai che ci sono in giro, che non vogliono capirla, vogliono fare poca fatica, non discuto […]. Io so come si deve suonare il piffero. Anche se adesso non sono in grado e forse non lo sono mai stato, però so come si deve suonare il piffero. E non è certo come lo suonano adesso.

AC Cosa trovi di differente ?

Differente? Troppe note, che non ci vogliono perché non ci vogliono tante note, ci vogliono quelle belle note misteriose che sono indecifrabili, fatte al momento giusto, che devono dare il senso alla suonata. Come suonano oggi non mi piace. Fan troppe note, troppe note, troppa confusione. Il piffero deve essere una cosa… bisogna lasciare andare avanti un po’ la fisarmonica, entrare nel momento giusto, quelle cinque o sei note che ti fan venire la pelle d’oca. E’ lì la bellezza del piffero. Non uno strumento musicale qualunque, come il clarinetto…

AC Quando parli di “misteriosa”, intendi lo stile?

Quando parlo di “misteriosa” intendo lo stile, quando senti quelle note lì ti deve venire la pelle d’oca. Io, adesso, è quindici-vent’anni che non suono più. Quando sento i pifferi di oggi, eh, non mi viene la pelle d’oca.

AC C’è qualche giovane che, secondo te, si può avvicinare allo stile antico?

Sì, ci sono due o tre che suonano bene anche se, va beh, fan troppe note, come ho detto prima. Stefanino (Stefano Faravelli) è un ragazzo che suona bene. Stefano (Stefano Valla) suona benissimo anche se a mio avviso lavora un po’ troppo il piffero, fa troppe note. A me, personalmente, piace Fabrizio (Fabrizio Ferrari) di Canova. Adesso non suona più. Eh, la gente non capisce più niente, non riesce a capire quello che c’è dietro il piffero, come funziona il piffero…

AC Ma è anche per questo che tu hai smesso di suonare?

Sì. A un certo punto ho visto che il mio suono aveva un valore relativo anche se mi impegnavo al massimo e ho visto che alcuni, a mio avviso peggiori di me, avevano più successo, allora mi sono ritirato, ho smesso e basta. Largo ai giovani. Purtroppo i giovani hanno ancora molto da imparare.

AC Hai sentito parlare dei vecchi suonatori, quelli venuti prima di Jacmon ed Ernesto?

Ma sì, parlavano del Lento (Fiorento Bartolomeo Pelle, Bruggi, 1893 – Carso 2015, ndr) di Briggi (Bruggi AL, ndr). U Lento ghe diseva. Poverino, poi è morto giovane, mi sembra che ha avuto poco storia, ecco. Ma ce n’erano di suonatori, allora. C’era anche uno di Nivione, è morto diversi anni fa, si chiamava Pietro Bedini, suonava ai tempi di mio nonno. Però era un suonatore mediocre. C’era un altro mio zio, si chiamava Giusepèin: è stato ucciso anche lui lì, in moto, in motorino.  Lui suonava abbastanza bene. Quello lì aveva mandato a prendere il piffero a Cicagna insieme a mio nonno. Hanno fatto arrivare i due pifferi insieme: il primo l’ha tenuto lui, l’altro l’ha tenuto mio nonno. Ma quello lì era già un piffero migliore: son arrivati insieme, tanto per dire come nascevano pifferi una volta, no? Non è che eran tutti uguali. Quello lì di mio zio era migliore, suonava meglio, non so aveva una voce più delicata, era meno fastidioso da suonare.

Fiorento Bartolomeo Pelle “U Lento” (piffero) e Severino Tamburelli “Severon” (fisarmonica)

AC E dei suonatori del Brallo, una volta mi raccontavi…

Ah, sì, c’era Giulitti. Giulitti era bravo, più che altro suonava troppo bene le mazurche. Era un mazurchista nato. Suonava le mazurche che erano uno spettacolo. Però, purtroppo, anche lui l’ho sentito una volta sola. Ero molto giovane, non ricordo bene. Era talmente piccolo, poverino, che quand’era seduto sulla sedia non arrivava a toccare terra coi piedi. L’unica cosa che ricordo è quella lì. Aveva un suono… sì, suonava bene ma era un pifferino un po’… aveva più del clarinetto, diciamo, non aveva la voce del piffero di Ernesto.

AC Cosa ne pensi della teoria secondo la quale esistono due scuole, quella della valle Staffora e quella del Piacentino? Esiste questa differenza di stili o è una forzatura?

No, no, non è una forzatura. Secondo me è una cosa reale perché di là, nel Piacentino, avevano un altro sistema di suono e son andati avanti con quel sistema lì, non hanno mai cambiato. Io sono andato diverse volte nel Piacentino: una sera eravamo a suonare per gli sposi a Pradovera, suonavamo delle suonate di Ernesto e ho sentito della gente che diceva: “Ciula, questi qua suonano difficile!”. Capivano che c’era un qualche cosa di diverso, ma in meglio, no? La gente capiva che avevamo un suono, magari anche bello, piacevole, però diverso da quello là. “Questi suonano difficile!”.

AC Ma è solo un problema di stile o anche un problema di repertorio, di là le gighe, le monferrine e le alessandrine non le ballavano?

No, penso che di là quelle cose lì non erano sentite come qui a Cegni, Negruzzo o Cabella Ligure, al Conio di Carrega. E’ nato lì, secondo me, il ballo antico. Io son stato a suonare a Conio di Carrega, ma vedevi proprio che ballavano la giga con quella grinta… si vede che è uno stile della zona.

AC Mi raccontavano che a Negruzzo e in val Borbera, se un suonatore non suonava bene lo fermavano e gli facevano osservazioni…

Là se ne intendono. Là, se sbagli, ti dicono no… Là sanno ballare, se sbagli a suonare la parte ti fermano e te lo vengono a dire, subito. A me non è capitato perché cercavo di stare molto quadrato. Sapevo com’era la faccenda, però so che succedeva così.

AC A te piaceva anche cantare. Mi dicevi che con Mini, alla fine delle serate cantavate…

Sì, quando c’era l’occasione e c’era qualcuno… mi piaceva molto cantare. Mini cantava molto bene, mi insegnava anche delle canzoni vecchie perché lui era molto più anziano di me.

Roberto Ferrari (piffero) e Giacomo Davio (fisamonica) a Sunadù, balerèn e canterèn. Bocciodromo di San Martino (PV), 1987.

AC Tu dove hai imparato a cantare ?

Ho imparato da mio padre, nel mio paese c’era un canto che faceva venire la pelle d’oca. Sinceramente, guarda, c’erano quei cinque o sei che era una roba… Io ero ragazzino. Arrivavano a casa la sera, di notte, magari si mettevano lì a cantare, di fuori… mi veniva la pelle d’oca. Solo che da allora, noi non siamo mai riusciti, parlo di me, ad arrivare a quel canto lì e non ho mai più neanche sentito in giro un canto così. S’è un po’ modernizzato tutto. Adesso ci sono quei cori lì che sono venticinque o trenta ma non c’è niente di concreto. Parlando di cori paesani, no? Poi anche qui a Livelli, c’erano quei quattro o cinque che cantavano bene… Ma un coro come quello del mio paese, Albareto… C’erano forse quelli di Varzi che cantavano con quel sistema lì. Loro cantavano le boiasche, ghe disevan, no? Gli dicevano le boiasche perché quel canto lì l’hanno inventato a Bui (Bogli, frazione di Ottone, PC). Cantavano alla Buiasca e facevano venire la pelle d’oca perché avevano le voci giuste… poi  le mettevano giù in un modo…

AC Ti è capitato di accompagnare dei cantori da piffero?

No, non l’ho  mai fatto. Non mi è mai capitato ma forse non sarei stato in grado di farlo…

AC Non ti è mai venuta voglia, in questi anni, di riprendere lo strumento?

Mah, guarda…. Se avessi lo strumento che funziona, dei musotti, sinceramente la voglia mi viene, perché quando c’è la passione per uno strumento poi è difficile che ti dimentichi, che passi così all’improvviso. Per questione di tempo adesso non suono ma un domani che dovessi smettere il lavoro che faccio sicuramente mi rimetto a suonare.

AC Questa è una bella notizia.

Eh… ho cinquantasei anni, Ernesto mi diceva sempre che lui ha iniziato a suonare bene dopo i sessant’anni. Me l’ha detto tante volte. Sicché io ho ancora quattro anni di tempo, se la salute me lo permette, eh…

AC E’ un bel progetto per il futuro.

Guarda la passione c’è, devo solo avere tempo, trovarmi dei musotti adatti, perché poi anche se son vent’anni che non suono più, io mentalmente tutti i giorni mi fischio le mie suonate, e le metto a posto dentro nella testa, dentro qui, me le sistemo, vedo tutti i particolari che magari sbagliavo prima. Mi sono perfezionato, diciamo. Pur non suonando, mi sono perfezionato nel suonare.

AC Come vedi, oggi, la figura del pifferaio ?

Gli ultimi anni che suonavo io ci trattavano come dei pezzenti. Non in tutti i posti, ma per esempio quando si andava giù di lì, da Retorbido o in quelle feste lì, non eri considerato. Ti dicevano: “Ma siediti lì, fai quella suonata lì”. Poi dopo cinque minuti ti dicevano: “Ma vai a fare una suonata là”. Trent’anni, quarant’anni fa, i suonatori erano considerati. Quando arrivava un suonatore in paese la gente ballava solo a veder la fisarmonica in spalla, era la festa, era una cosa meravigliosa. Adesso sei considerato quasi un sopramobile…

AC C’è stata una fase in cui la gente diceva: “Basta con queste cose qui, sono vecchie, sono il passato”. Non vedi un ritorno di interesse nei confronti di questa cultura?

Non andando in giro, non lo so. Penso di sì. Non in tutti i posti perché vedo, lì a Varzi, non c’è nessuno che ha interesse per il piffero. A volte faccio venire Bani a suonare, però ai ragazzi da fastidio. Poi ci saran delle zone dove ci sarà gente più intelligente a cui magari piace. […]

AC Cosa pensi delle ricerche che sono state fatte negli anni Settanta–Ottanta dai ricercatori di città?

Io son convinto che han fatto un ottimo lavoro e forse son loro che mantengono in piedi queste tradizioni perché le hanno un po’ diffuse, diciamo, in tutt’Italia e anche all’estero. Dobbiamo ringraziare questi signori che fanno questo mestiere, che hanno la passione di portare avanti questa tradizione.

AC Pensi che questa tradizione possa avere un futuro?

Bruno Pianta (1943 – 2016). Etnografo e musicista, negli anni Settanta ha documentato la tradizione del piffero raccogliendo le musiche di Ernesto Sala.

Penso di sì, perché il piffero è uno strumento unico.

AC Fortunatamente, di tuo abbiamo quella bella registrazione fatta a Trebbiano nel 1983. Ricordi, era carnevale.

Sì. E’ stata l’unica registrazione che abbiamo fatto. Ce l’ho anch’io grazie a te perché se no non avrei niente. Lì, sinceramente c’era un qualcosa di bello. Non diciamo che ci sia la perfezione però è stato un qualcosa… Lì avevo un musotto che andava bene, vedi. Poi ero allenato perché era quattro o cinque giorni che ero in giro, continuavo a suonare di qua e di là, e allora non facevo fatica a suonare e quando non fai fatica il suono esce meglio.