I suonatori di piva. Defendente Sacchi, etnografo d’antan

I suonatori di piva. Defendente Sacchi, etnografo d’antan

di Aurelio Citelli

Era il gennaio 1837 ma Defendente Sacchi, attento osservatore di cose “normali”, raccontò sul periodico Cosmorana pittorico, la calata dalle montagne dei suonatori di piva per suonare nelle strade e nelle case di città. Un bel racconto che, già anticipato parzialmente nel mio saggio Piva , bande, pastorali e pastori (svizzeri) pubblicato nel volume di Aurelio Citelliin Giuliano Grasso, La Piva natalizia tra Milano e il Ticino, edito dall’Associazione culturale Baraban nel 2019 (Collana Il gelso, ACB/BOOK + DVD 22), viene qui pubblicato più estesamente.
Defendente Sacchi (Casamatta, Campomorto di Siziano, PV, 27 ottobre 1796 – Milano, 20 ottobre 1840) , di Giuseppe Antonio e Marianna Sacchi, dopo aver frequentato il Ginnasio di Pavia si laureò in Legge nella città ticinese nel 1817.
Nel 1818 intraprese un’intensa stagione di pubblicazioni in ambito filosofico, storico e letterario. Oppositore degli austriaci, rimase implicato nelle indagini relative alla Carboneria. Ha pubblicato innumerevoli articoli sulle più importanti riviste culturali del tempo: lo «Spettatore Italiano», la «Minerva Ticinese», gli «Annali universali di Statistica», la «Gazzetta Privilegiata di Milano», il «Pirata», il «Cosmorama pittorico» e altri. Dal 1835 fino alla morte fu direttore del «Cosmorama Pittorico» periodico stampato a Milano, fra le prime riviste in cui le illustrazioni ricoprivano un ruolo importante.

Defendente Sacchi (1796 – 1840)

Dal «Cosmorama pittorico», n. 1, Gennaio 1837.

I SUONATORI DI PIVA
FESTE DELL’ANNO NUOVO

“Gli uomini di tutte le età e di tutte le nazioni celebrarono con feste sacre e pubbliche il cominciare dell’anno, poichè è un grande avvenimento che segna con carattere indelebile il succedersi delle vicende dall’ età delle donne , fino al mutare delle stagioni. Non è già che in tutti i popoli e in tutti i tempi si incominciasse l’anno nell’epoca in cui lo principiamo noi stretti ad una sola fede: molti il variarono nel tempo, tutti il celebrarono con feste. Non sia vano qui ricordare queste pratiche presso le più grandi nazioni: è proverbio che ne’ primi giorni dell’anno convenga provare un po’ di tutto: non deve quindi mancarvi anche la noja dell’ erudizione.

La natura fu la prima maestra degli uomini, le sue leggi eterne furono quelle che crearono le loro idee dell’ ordine, quindi il girare delle varie stagioni, le rivoluzioni di quell’ astro che divide i giorni e feconda l’universo, furono per loro grandi avvenimenti, che li condussero ad ordinare il giro dell’anno. Infatti i quattro tempi vennero sempre considerati come grandi epoche o pubbliche o religiose. I Chinesi levarono padiglioni alle quattro suore delle quattro stagioni; l’Imperatore Fohi aveva stabiliti sacrifici che si celebravano ai due equinozj e ai due solstizj. Costantino Dorville nota poi che que’ popoli si preparavano a queste feste con tre giorni di digiuno, quindi le sacravano alla loro divinità Tien, o il Cielo. Le stesse feste de’ quattro tempi si celebravano in Egitto.

L’anno poi s’ incominciò in alcuno di questi quattro tempi, e fu variata la scelta secondo le varie circostanze del clima, del territorio e dell’indole degli abitanti.

Tolomeo, che fu de’ più grandi astronomi antichi, ragiona appunto (lib. 1, cap. 10) di questi quattro tempi, ne’ quali s’ iniziava l’anno presso diversi popoli: egli dice che alcuni avevano scelto l’equinozio di Primavera, perchè in quella stagione il giorno riprende il suo impero sulla notte, e la luce ottiene una specie di vittoria stille tenebre; quindi la nuova vegetazione, la natura che si rigenera. Altri presero il solstizio d’Estate, perchè il giorno è nel più lungo della sua durata: altri l’Autunne perchè allora raccolti i frutti, si affidano alla terra i semi di nuova messe: finalmente si scelse da altri il solstizio d’ Inverno come principio di rivoluzione solare annua, perchè corso il sole (è Tolomeo che parla; noi possiamo intendere lo stesso della terra) e compiuto suo giro, ne ricomincia uno nuovo. (…)

Finalmente il nostro anno si chiama Gregoriano, perchè Papa Gregorio XIII emendo un errore corso nel Calendario di Cesare, che supponeva l’anno solare più lungo di circa dodici minuti del vero. Il Pontefice nel 1582 nel mese d’Ottobre tolse dieci giorni, sicche dal cinque si saltò al quindici; stabili che nello spazio di 400 anni si levassero tre bisestili, e tutto pare compensato.

Sono solenni e sacre le feste che iniziano l’anno novello fra di noi. Di pubbliche non ve ne hanno, e pare non ve ne avessero neppure nel medio-evo, tempo nel quale si erano di tanto moltiplicate. Però sono giorni di letizia, perchè danno incominciamento al carnevale: sono giorni di tripudio domestico: è la festa di tutti.

Fra gli usi che la gola suggerisce a rallegrare il primo giorno dell’anno, è più universale fra di noi quello della focaccia: sarebbe mai per qualche antica ricordanza a raffigurare il Sole?… Ah! non mi ascoltino gli archeologi, perchè griderebbero profanazione alla deità d’Apollo. Sia a loro cercarne altra origine più ragionevole; intanto pensiamo alla focaccia il primo di dell’anno imbandita ne’ pranzi, e più di consueto nella sera alla brigata di amici che si stringono a conversare nella stessa casa. (…)

Sovente col primo dell’anno s’incominciano le danze cittadine, si dà mano ai matrimoni accordati nell’avvento; infine si prepara nei grandi e nel popolo una stagione di tripudj: di que’ de’ grandi parte ne abbiamo toccati, e lo splendor delle feste o è noto, o verrà altra volta ricordato: vi hanno alcune usanze del popolo che invece non si vogliono dimenticare. Gl’ Italiani hanno quasi naturale la musica e nel modo stesso che nelle città tutti inclinano al suono ed al canto di eletti numeri, nelle campagne si usano rusticali strumenti e cantilene melodiose. Nei monti si suona specialmente la piva dai pastori; si accordano due o tre con altri istrumenti da fiato e suonano dei graziosi motivi pastorali, ai quali specialmente la piva tiene una specie di eco o di ripieno.
Coll’anno nuovo i suonatori di piva calano dai monti, o si fermano nei paesi e nelle città. In quelle che sono prossime alle Alpi ed agli Apennini s’ incontrano più spesso questi suonatori: essi talora suonano per le contrade raggruppati in un angolo della piazza, sotto un’ immagine, attraversando le contrade più popolose: la gente s’affolla loro intorno, ed essi suonano tranquillamente, e nè cercano, nè ricevono mercede. I suonatori di piva sono chiamati sovente a fare concerto nelle case ove si ha il Presepio. Nei paesi e nelle città poi, ove sono radunati molti montanari, i suonatori di piva tengono in alcune sere del carnevale feste da ballo: hanno alcune stanzaccie grandi, in mezzo alle quali è colla corda fatta una specie di palestra quadrata: l’ingresso è libero a ciascuno per vedere; que’ che vogliono ballare, passano la corda, ad ogni danza che menano, che in loro favella chiamano corrente, pagano una piccola moneta. Quei balli al suono della rustica piva sono animati e ad un tempo semplici, schietti: son balli curiosi che tengono ancora degli antichi italiani, e della semplicità agreste.
Questi suonatori di piva e queste danze si scontrano specialmente nelle città del Piemonte prossime ai monti, e si propagano fino a Pavia ed a Milano. Però in quest’ ultima città i suonatori di piva hanno un altro tempo nel quale sono chiamati a parte d’una pubblica festa. Nel giorno della Madonna delle candele i commercianti d’ Oggebio, paese prossimo al Lago Maggiore, che abitano a Milano, celebrano una sagra nella chiesa di San Stefano; questa è rallegrata da due compagnie di montanari suonatori di piva. In questo modo fra le città leziose, il lusso e la galanteria, fra la musica strepitosa di Rossini, si alternano ancora gli usi e le armonie, che ricordano le care innocenze della natura”.

Defendente Sacchi