Barabàn, fra revival e testimonianza

a cura di Roberto G. Sacchi
Folkbulletin, novembre 2004


RS L’organizzazione di “Sentrè”, vi ha recentemente ricondotto a organizzare eventi sul territorio dell’Oltrepo Pavese, molti anni dopo le vostre ultime esperienze di questo tipo in quella zona. Puoi raccontarci come è nata l’idea di questa iniziativa e quali valutazioni potete fare sul suo svolgimento? È l’inizio di un nuovo appuntamento fisso?

Sentré fa parte del progetto “Oltrepo: persone, voci, storie” che Barabàn ha ideato e sta realizzando per il GAL Alto Oltrepo nell’ambito delle attività di tutela e valorizzazione della cultura rurale: un’occasione unica per chi da oltre vent’anni fa ricerche, pubblicazioni e studia canti e musiche dell’Oltrepo. Negli anni Ottanta, quando arrivavamo sull’Appennino con i nostri registratori, i giovani ci prendevano per marziani. Oggi andiamo nelle scuole ad insegnare canti rituali e ballate ai loro figli. Ed è incredibile come i ragazzi, specie quelli che arrivano dall’Est, dall’Africa e dall’Asia, se la cavano bene e si divertano con canti e dialetto locali.

Rispetto a vent’anni fa la situazione è molto cambiata: oggi, grazie al GAL, nelle scuole di montagna c’è la possibilità di fare attività sulla musica di tradizione. “Oltrepo: persone, voci, storie” si compone di diversi interventi diffusi in ventidue comuni: laboratori di canto popolare, danza e storia del territorio nelle scuole, incontri nelle biblioteche sul ruolo della donna nel mondo contadino, seminari per insegnanti e operatori culturali e infine Sentré, che vuole proporsi come momento di promozione della cultura musicale locale. La prima edizione è andata molto bene: non si tratta di un grande happening, è un piccolo meeting a misura di quelle terre, rispettoso dei luoghi e dell’ambiente. Mi piacerebbe immaginarlo come un appuntamento fisso dove fare didattica, presentare ricerche, pubblicazioni. Poi, certo, ospitare anche concerti, feste da ballo.

Barabàn a Villa Arconati, 1995 (foto Elena Piccini).

RS Negli anni trascorsi dalle vostre prime ricerche in Oltrepo, nella zona oggi famosa con il nome di Quattro Province è cambiato tutto o quasi: ai tempi, fuori da un’area geografica e culturale piuttosto ristretta, di piffero e alessandrine si faceva fatica anche solo a parlare. Adesso si può definire un fenomeno quasi di moda: tanti suonano il piffero, tanti insegnano le danze, moltissimi visitano i luoghi in occasione delle feste più o meno tradizionali. Quale giudizio dai su questa evoluzione?

Si tratta di un processo in corso, non so dove porterà. Il mio giudizio è cautamente positivo. Vedere un pubblico perlopiù giovane frequentare questi posti, ballare alle feste, assistere ai concerti e appassionarsi alle storie di Draghino o Jacmon non può che far piacere. Il livello musicale dei pifferai e dei fisarmonicisti, l’ampiezza del loro repertorio e la stessa coscienza nei confronti della tradizione sono notevolmente aumentati. Poi è inevitabile che nella massa siano più visibili gli aspetti esteriori, di evasione, danzerecci. La cosa non mi scandalizza. Perché le Quattro province non siano solo Monferrine occorre offrire occasioni di approfondimento e conoscenza della sua cultura, del patrimonio musicale, reinventando e rinnovando anche i modi di fare spettacolo, di comunicare esperienze. Bisogna operare per favorire un approccio più serio e profondo alla storia di queste comunità. Solo in questo modo, credo, la Monferrina non sarà una moda passeggera. Sentré è stato, credo, un modesto ma significativo esempio.

RS Il tuo video “Le voci dei pifferai” ha avuto una gestazione lunga e abbastanza tormentata. Parliamone un po’, a partire dal titolo che merita una spiegazione…

Beh, tu lo conosci bene, il mondo del piffero è talmente delicato e complesso che organizzare una tavola rotonda, seppur virtuale, con i pifferai mi sembrava un’impresa titanica. Sono partito dall’idea che, a trent’anni dalle registrazioni di Ernesto Sala realizzate da Bruno Pianta, c’era l’esigenza di fare il punto su una delle più rilevanti tradizioni musicali del nord Italia. Avevo in mente un percorso radicalmente diverso da quelli finora utilizzati nel campo della documentazione etnomusicale, almeno in Italia: non fare il solito Cd antologico sui suonatori odierni ma utilizzare l’immagine, vedere i volti, registrare i racconti dei pifferai. Non mi interessava documentare le musiche. Quelle, più o meno, le conosciamo. Mi interessava sapere come era nata la loro passione per questo strumento, le tecniche che usano oggi per imparare le suonate, chi sono i loro suonatori di riferimento, i loro miti, la loro opinione sulle “scuole”, sugli stili, sui fisarmonicisti. Sono temi di cui in nelle terre alte dell’Appennino si discute da decenni però nessuno ha mai tentato di porre a confronto le diverse opinioni.  Ecco perché “Le voci dei pifferai”. Ho usato il plurale per sottolineare le diversità, il differente modo di rapportarsi a questo patrimonio. Intendendo la parola “voce” anche come ricerca sonora, perfezionamento di uno stile.

RS Nel corso di “Sentré” hai tenuto un corso di canto “delle Quattro Province” insieme con Donata Pinti. Una coppia inedita, nel panorama dell’offerta didattica italiana: come è andata e cosa ti ha lasciato dentro l’esperienza?

E’ stata una bella prova e alla fine ho imparato qualcosa anch’io. Con Donata ci sono stati in passato momenti di collaborazione: dalla realizzazione di quel bellissimo concerto che fu Le voci di Colleri dedicato al repertorio di Eva Tagliani, alla sua partecipazione in Terre di passo, solo per citarne alcuni. Donata si è dedicata con impegno e passione allo studio del repertorio femminile delle “Quattro province” e questo ha favorito la possibilità di trovare momenti di lavoro comune. Venendo da esperienze diverse e anche avendo sotto il profilo didattico un differente approccio, durante Sentré ci siamo un po’ divisi i compiti: lei, che peraltro ha lavorato molto più di me, si è occupata soprattutto della parte relativa alla respirazione, all’emissione della voce, allo stile, agli abbellimenti mentre io mi sono limitato a dare informazioni etnografiche e fare qualche esperimento di polivocalità. Il repertorio lo abbiamo scelto insieme.

Barabàn

RS Come gruppo Barabàn avete sempre presentato un repertorio antologico di varie provenienze lombarde, da Premana alla Bassa cremonese, dal Naviglio Grande alla Val Camonica passando per Bagolino. Come ricercatori, invece, il vostro lavoro si è mosso soprattutto nella parte montana della provincia di Pavia. Un caso fortuito, una necessità, una precisa scelta?

Sì, negli anni Ottanta era d’uso compilare album come fossero antologie e Barabàn non si è sottratto a questa consuetudine che, peraltro, credo avesse anche una valenza didattica per i fruitori ma anche per noi musicisti. Quando Giuliano Grasso ed io abbiamo iniziato a fare ricerca siamo stati anche in zone di cui non si sapeva nulla, non c’erano riferimenti, documenti. Era un lavoro che facevamo battendo a tappeto intere valli, talvolta non trovando nulla. Barabàn, tuttavia, è ricorso spesso a queste ricerche: i brani provenienti dalla Valcamonica, dalla Valtellina e dalla pianura milanese, per esempio, erano frutto delle indagini che andavamo via via compiendo in quelle aree. Poi, esaurita la fase di “ricognizione” la ricerca è proseguita là dove avevamo individuato la presenza di repertori, stili e forme di un certo spessore: la montagna pavese e quella piacentina si sono rivelate immediatamente come una miniera. Tra l’altro, nei confronti di queste terre c’era già un rapporto di affetto. Ricordo l’emozione che provai la prima volta che ascoltai Ernesto Sala, nel 1979, o l’impressione che mi fecero i cantori di Romagnese. Ero stato settimane intere nei villaggi bretoni e irlandesi a registrare canti e musiche, ma qui c’era tutto un mondo da scoprire, da documentare, da studiare. Un mondo che sembrava non interessare più a nessuno. Poi è arrivato l’importantissimo e per me affascinante lavoro con Eva Tagliani, una donna e una cantante straordinaria che aveva chiarissimo il senso e l’importanza della sua cultura. Ecco, credo che il rapporto con la gente dell’Oltrepo, il fascino che ha sempre esercitato su di me quella cultura, siano stati determinanti per tornare spesso su quelle montagne.

RS Dopo più di vent’anni di revival e un ultimo disco fortemente caratterizzato da umori piuttosto lontani dal folk più consueto, che collegamento trovi ancora fra la musica che suonano i Barabàn oggi e il tuo lavoro di ricercatore e documentarista? C’è un nesso nascosto che lega i canti della Tagliani e le poesie di Loi?

Lasciata alle spalle la stagione delle antologie (alcune delle quali ancora oggi richiestissime) Barabàn da alcuni anni cerca di lavorare a progetti discografici e di spettacolo coerenti. Così Live, così il natalizio La Santa Notte dell’Oriente, così Terre di passo. Così sarà il prossimo progetto dedicato alla Resistenza, evoluzione del concerto Vento d’Aprile, un lavoro cui, vivendo in questa Milano senza memoria, teniamo molto.

Oggi non siamo alla spasmodica ricerca di un rapporto diretto tra indagine e riproposta, tra la registrazione di un canto e la sua immediata riesecuzione, più o meno fedele. Credo sia un metodo di lavoro, almeno per quello che è stato il nostro percorso, ormai sorpassato. Non sto dicendo che la ricerca sia inutile: voglio affermare l’esatto contrario. L’indagine e lo studio di una cultura musicale e del suo retroterra umano – attraverso tutti i sistemi che oggi abbiamo a disposizione, e a me oggi piace farlo anche con l’immagine – sono il presupposto per tentare nuove soluzioni, sperimentare strade nuove, comunicare in modo moderno.

Terre di passo è un album in gran parte composto dove abbiamo cercato di privilegiare i contenuti, il lavoro sui testi, sui messaggi. Ci siamo preoccupati di non essere estranei a ciò che accade intorno a noi. Li c’è la storia, la drammaticità della poesia di Franco Loi, ci sono i colori e le suggestioni di Biamonti. C’è Milano ma anche un soffio di Tunisia, c’è un latente bisogno del mare non solo come spazio fisico ma anche come finestra aperta sulle differenze. E, ancora, c’è un rapporto solidissimo con la memoria senza il quale il disco non sarebbe esistito. La memoria del mondo popolare, i canti e i suoni sono quanto di più lontano si possa trovare dalla banalità a cui talvolta viene ridotta la musica di tradizione. Perché questa musica dev’essere banale? Ecco il legame tra Eva Tagliani e Loi non è, come si potrebbe pensare, l’uso del dialetto ma la loro lontananza dalla banalità.

RS Tu e i tuoi strumenti: dalla ghironda al campionatore, dai plettri alla voce. Nei primi anni Ottanta, l’eclettismo era quasi obbligatorio in un gruppo folk italiano. Oggi, invece, sembra che vinca la specializzazione… Un bene o un male?

Da “non-specializzato” quale sono credo che la specializzazione abbia alzato il livello qualitativo di musicisti e gruppi italiani. Il districarsi tra troppi strumenti talvolta impedisce al sound di un gruppo di volare e paradossalmente produce appiattimento sonoro. Poi dipende molto delle personalità e dai ruoli: non potrei mai immaginare Vincenzo Caglioti contemporaneamente grande all’organetto, al contrabbasso e al clarinetto. Raffinare la tecnica di uno strumento, o della voce, richiede tempo, studio. Un piccolo ensemble può però avere anche l’esigenza di diversificare la tavolozza sonora, specie durante uno spettacolo e in questo caso la disponibilità di polistrumentisti aiuta. Anche senza essere un virtuoso di ocarina, talvolta vengo arruolato come ocarina-basso. Non sono proprio il massimo ma insomma… Ma qui entriamo in un campo dove la musica sconfina con il gioco e la provocazione…

RS Ti abbiamo visto, insieme con i Barabàn, all’Arci-Bellezza di Milano: nello scorso giugno, per una festa da ballo, avete suonato soltanto repertorio a ballo, credo per la prima volta nella vostra vita di gruppo… Cosa pensi del grande successo del movimento della danza popolare, delle accuse di superficialità che gli vengono mosse?

Ho seguito sempre un po’ da lontano, da spettatore distaccato, tutto ciò che ruota intorno al ballo. Capisco la valenza positiva della danza ma ho preferito approfondire altri aspetti della tradizione musicale. Salvo rari casi vedo in questo movimento poco interesse a sviluppare la conoscenza di un patrimonio in cui, al di là di movimento e sudore – per carità, salutari! – si possono trovare elementi di conoscenza di una terra, una cultura, una storia. O di una musica, almeno. Barabàn non ha mai dato fiato alle trombe del ballo a tutti i costi. Anzi! Una volta, mentre cantavamo Gorizia a un importante festival italiano, una coppia di ballerini, indifferente alla durezza di quel testo, ha danzato in modo pirotecnico un gran valzerone. Sono stato tentato di interrompere la canzone. Fortunatamente questa insensibilità non è così diffusa. Ed è anche per una sorta di attenzione verso la parte più matura e cosciente dei ballerini e soprattutto per non perdere il rapporto con stili e repertori tradizionali che la scorsa estate abbiamo sperimentato Barabàn In Danza, un concerto a ballo dedicato al repertorio del nord Italia con una nutrita sezione di liscio antico. E’ lo spettacolo, per così dire, disimpegnato di Barabàn che, per non smentirci, chiudiamo con Addio Lugano.

RS Come tutta la nostra generazione, quella del secondo folk revival, sei intorno ai cinquanta… Soltanto gli anni del ripensamento o c’è ancora tanto entusiasmo e voglia di fare?

Beh, ripensamenti ce ne sono continuamente ma cose da fare ce n’è sempre tante e se non hai l’entusiasmo e la giusta determinazione non realizzi nulla. In questi anni l’attività è stata intensa: spettacoli, progetti didattici, seminari, produzioni di video, Cd e prossimamente anche Dvd. Progetti musicali, ricerche da realizzare, qui in Lombardia per esempio, ce ne sarebbero a decine. Peccato che le risorse destinate alla cultura sono spesso utilizzate per finanziare manifestazioni di associazioni fascistoidi che ricostruiscono villaggi celtici e tirano con l’arco. Quando vedo queste insulsaggini la voglia di fare cresce ancora di più.

A proposito: posso fare uno spot? Il prossimo 14 febbraio, a due anni dalla scomparsa, presenterò a Milano il mio video Roberto Leydi. L’altra musica prodotto dalla Provincia di Milano. Ecco, mi piacerebbe avere sempre l’entusiasmo e la voglia di fare che fino all’ultimo ha avuto Roberto.