Pubblicato sulla fanzine Charge l’articolo Traditori signori ufficiali. Contro/cantare la guerra, di Aurelio Citelli, dedicato ai canti di protesta contro la guerra e antimilitaristi. Traendo spunto del Sessantesimo anniversario dello “scandalo di Bella ciao” che favorì la riscoperta a livello popolare della canzone di tradizione orale e del corpus di canti contro la guerra eseguite dai soldati durante il Primo conflitto mondiale, l’autore passa in rassegna alcuni dei più celebri brani eseguiti in trincea mettendone in luce la valenza culturale e comunicativa in un contesto in cui la protesta era soffocata e severamente punita.
Traditori signori ufficiali. Contro/cantare la guerra
di Aurelio Citelli
Quando a Spoleto (PG), sul palco del Teatro Caio Melisso, fu cantata Gorizia tu sei maledetta, una parte del pubblico iniziò a rumoreggiare. Ci furono urla, scontri verbali: era l’estate 1964 e lo spettacolo si chiamava Bella ciao. Seguirono denunce per vilipendio delle Forze armate, manifesti in tutta Italia, articoli sulle prime pagine dei giornali. Fu allora che si prese coscienza dell’esistenza di un canzoniere popolare con connotati anche protestatari e antimilitaristi, di un’altra musica e un’altra Italia.
Fino ad allora, quando si parlava di canzone popolare, il pensiero andava alle canzonette che si ascoltavano alla radio, a Non ho l’età di Gigliola Cinquetti o ai brani sdolcinati tutti amore-baci-sole del Disco per l’estate. Il massimo che si poteva ascoltare, in termini di “avanguardia canora”, erano i Los Marcellos Ferial che dopo aver interpretato in italiano la celebre Cuando calienta el sol inondarono le spiagge italiane con Sei diventata nera. Ma i tempi stavano cambiando.
Nell’Italia del boom economico, si muovevano qua e là, giovani intellettuali che, grazie gli influssi che venivano dall’estero, iniziavano a porre l’attenzione alla cultura che si esprimeva nei luoghi di lavoro, nelle osterie, nelle risaie, sugli alpeggi, nelle feste e nei rituali contadini. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, era andato strutturandosi a Torino il gruppo di Cantacronache, un collettivo di musicisti, letterati e poeti fondato da Sergio Liberovici e Michele L. Straniero che, suggestionato dai lavori di Bertolt Brecht e Kurt Weill, si proponeva di valorizzare il mondo della canzone attraverso l’impegno sociale. A Milano, negli stessi anni, è attivo un giovane di origine piemontese che inizia a battersi per far sì che anche la canzone popolare sia considerata “cultura”: Roberto Leydi. Attraverso il jazz, gli incontri con Alan Lomax e Gianni Bosio, Leydi “scopre” la musica popolare italiana: registra ninna nanne, canti di protesta contro la Grande Guerra, pizziche-tarantate del Salento, canti di lavoro di filandiere e mondariso, Curente e Monferrine, novene natalizie. Il giovane ricercatore è alla ricerca di una “patria popolare”, una patria in cui riconoscersi. Afferma: “Possibile che nella Storia d’Italia non compaiano mai un falegname che ha combattuto sulle barricate di Milano o un bergamino morto sul Carso?”. Questo suo lavoro pionieristico, questa sua attenzione ai repertori e all’espressività dei più umili, segnerà profondamente la cultura italiana della seconda parte del Novecento e condizionerà le scelte di vita di tanti.
Ma è attraverso un piccolo “incidente” forse dovuto a una provocazione – ancora oggi si discute se voluta o casuale – che il grande pubblico italiano scopre l’esistenza di un canzoniere popolare “altro”, alternativo. È quello cantato dalle donne in risaia, dai soldati sul Monte Nero, dalle raccoglitrici di olive, dai battipali nella Laguna Veneta.

Nel 1964, Leydi viene invitato da Nanni Ricordi ad allestire uno spettacolo di canzoni popolari da rappresentare al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Insieme a Franco Fortini e Filippo Crivelli, mette in piedi Bella ciao uno spettacolo di canti di lavoro, canti rituali, canti d’amore, canzoni contro la guerra, canti di protesta politici e sociali. Sul palco del Caio Melisso, il teatro “nobile” di Spoleto, salgono i cantori del Nuovo Canzoniere Italiano: Caterina Bueno, Sandra Mantovani, Giovanna Daffini, Michele L. Straniero, Maria Teresa Bulciolu, Giovanna Marini, il Gruppo Padano di Piadena e altri. In scaletta c’è anche O Gorizia tu sei maledetta, la più amara e desolante canzone di protesta contro la Grande Guerra. Il brano è affidato a Sandra Mantovani che però, il giorno della Prima, ha un improvviso calo di voce e così la canzone viene assegnata a Michele L. Straniero. Quando Straniero intona una strofa non prevista dal copione(Traditori signori ufficiali/questa guerra l’avete voluta/ scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù) scoppia il putiferio. La parte più reazionaria degli spettatori contesta lo spettacolo. Un colonnello dei parà grida: «Viva l’Italia, viva gli ufficiali, andate in Russia!». Straniero, Leydi e Crivelli vengono denunciati per vilipendio delle Forze Armate, i finanziatori del Festival ritirano il loro sostegno economico e lo “scandalo” di Bella Ciao finisce sulle prime pagine dei maggiori quotidiani diventando un caso nazionale. L’eco polemica, però, favorisce la visibilità dello spettacolo (che viene replicato decine di volte) e, indirettamente, della musica popolare: il vinile di Bella ciao vende 100.000 copie.
Contrapposta agli inni patriottici-nazionalisti della Grande Guerra – Monte Grappa, La campana di San Giusto o La canzone del Piave -tesi a rappresentare il conflitto in modo idilliaco, O Gorizia tu sei maledetta è un canto di radicale opposizione alla guerra, un lamento contro “l’officina del macello”. Vi si racconta la conquista della città di Gorizia da parte dell’esercito italiano nell’estate del 1916 dopo un’offensiva costata 100.000 perdite, tra italiani e austriaci, ma anche l’inutilità della guerra, la perdita degli affetti, il dolore, la discriminazione di classe. Durissima l’accusa nei confronti degli ufficiali che mandarono i soldati-contadini allo sbaraglio sotto il piombo austriaco. Un’accusa fondata, hanno stabilito gli storici:[1]

La mattina del cinque di agosto
si muovevano le truppe italiane
per Gorizia le terre lontane
e dolente ognun si parti
Sotto l’acqua che cadeva a rovescio
grandinavano le palle nemiche
su quei monti colline gran valli
si moriva dicendo cosi
O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu
Cara moglie che tu non mi senti
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio invocando il suo nom
O vigliacchi di quegli ufficiali
con le mogli sui letti di lana
schernitori di noi carne umana
questa guerra c’insegna a punir
O Gorizia tu sei maledetta…[2]
Nei lunghi mesi di guerra i canti risuonavano ovunque: nelle trincee, nelle retrovie, durante le marce, nelle lunghe ore di attesa sotto la pioggia, la neve. Il canto aiutava i soldati a superare la disumanità della guerra, la fatica, la paura della morte. Il canzoniere era quello in uso in osteria, durante il lavoro o nei momenti di festa: canti narrativi, parodie, stornelli. Oltreché un momento di convivialità, in trincea il canto diventa un modo per rafforzare i legami fra soldati che hanno lingue e culture differenti, tutti accomunati dalla tragedia della guerra. I testi dei canti si trasformano: le antiche ballate – originariamente in lingua dialettale – vengono modificate per adattarsi alle vicende della guerra; si fa largo la lingua italiana che diventa mezzo di comunicazione unificante e comprensibile a tutti per manifestare sentimenti, affetti, ansie, paure. Nelle trincee del Carso l’italiano diventa linguaggio condiviso, idioma nazionale.
In questo processo di italianizzazione nasce un’altra famosissima canzone di protesta contro la Grande Guerra, Fuoco e mitragliatrici.[3] La melodia – bellissima – è quella della canzonetta napoletana Sona chitarra (testo di Libero Bovio, musica di Ernesto De Curtis) pubblicata nella città partenopea nel 1913. Il testo di Fuoco e mitragliatrici viene invece composto tra la metà di dicembre 1915 e la fine di marzo del 1916; lo si deduce dalle località menzionate: l’altopiano di Doberdò, il Monte Sei Busi, il Monte San Michele, il Bosco Cappuccio (che in vari passaggi diventa Monte Cappuccio), la “Trincea dei raggi” o “dei razzi”. Luoghi tristemente famosi. Accanto alla presa d’atto dell’ineluttabilità di una guerra “che sarà lunga un’eternità”, nella canzone affiora una coscienza antimilitarista ormai matura: non vi è solo la denuncia dell’irragionevolezza del conflitto ma anche l’amara constatazione della sproporzione tra costi in vite umane e conquiste territoriali, tra sangue versato e terra espugnata. Richiamando una strofa dell’originale Sona chitarra, canta Barabàn nel CD Voci di trincea:
Sòna, chitarra, sòna,
t’è rummàsa una corda
si pur’essa se scorda,
fernisce ‘e sunà[4]
Non ne parliamo di questa guerra
che sarà lunga un’eternità
per conquistare un palmo di terra
quanti fratelli son morti di già
Trincea dei razzi, maledizione,
quanti fratelli son morti lassù
finirà dunque ‘sta flagellazione
di questa guerra non se ne parli più
Fuoco e mitragliatrici
si sente il cannone che spara
per conquistar la trincea:
Savoia! si va
Da Monte Nero a Monte Cappuccio
fino all’altura di Doberdò
un reggimento più volte distrutto
alfine indietro nessuno tornò
Fuoco e mitragliatrici ….[5]
Nell’area delle Quattro province (PV, PC, GE, AL) si cantano sulla stessa melodia di Sona chitarra/Fuoco e mitragliatrici alcune strofe dette I disertori che tuttavia, riprendendo alcuni passaggi dalla Marcia a Trento e Trieste (Tuona il cannone tuona/ tuona sugli altipiani/ e noi da bravi italiani/ dobbiamo marciar), capovolgono il significato protestatario di Fuoco e mitragliatrici per diventare una goffa e triste invettiva patriottico-nazionalista in cui si arriva ad invocare la pena di morte per i disertori. Nel 1985 ho raccolto questo frammento a San Martino di Varzi (PV):
Voialtri disertori
non la volete ancora capire
oggi la guerra è finita
e vi tocca morir
Tuona il cannone tuona
tuona sugli altipiani
e noi da bravi italiani
dobbiamo marciar
Lontan dai genitori
commessi tanti errori
oggi la guerra è finita
e vi tocca morir.
Se l’uso in trincea di Fuoco e mitragliatrici è attestato da diverse testimonianze, sembra certo che le strofe de I disertori, scritte successivamente al 4 novembre 1918, non siano mai state cantate durante il conflitto. Lo stesso, peraltro, vale per La canzone del Piave composta negli ultimi mesi di guerra e del tutto sconosciuta ai soldati.
In talune versioni di Fuoco e mitragliatrici compare la formula piuttosto diffusa nel canzoniere di protesta che recita: “quei vigliacchi di quei signori”, una durissima invettiva nei confronti dell’elite interventista che volle l’entrata in guerra dell’Italia salvo poi rimanere lontano dalle tragedie del fronte. Nell’estate del 1983, insieme a Giuliano Grasso, ho documentato questa formula in un’altra canzone di protesta contro la Grande Guerra, Monte Nero. Eva Tagliani, una contadina di Colleri (PV), ce la cantò dopo qualche esitazione: si trattava di una canzone proibita sia durante la guerra che nel ventennio fascista e la signora non era tanto sicura che nel frattempo fosse divenuta legale…
Spunta l’alba del ventiquattro maggio/ comincia ‘l fuoco l’artiglieria
il Terzo Alpino per la via/ il Monte Nero per conquistar
O Monte Nero in dove sei/ o traditore della vita mia
io lasciato la casa mia/ per venirti a conquistar
Per conquistare il Monte Nero/ abbiam perduto molti compagni
o che nel fior deli suoi vent’anni/ la loro vita non ritorna più
O Monte Nero in dove sei/ o quante volte t’ho ‘traversato
e nella neve e nel gelato/ io mi credevo di morir
E dal Cadore al Monte Santo/ c’è tuto pieno di valanghe
c’è tuti i fossi ò pien di sangue/ e tuto sangue di gioventù
Ma quei vigliacchi di quei signori/ che han voluto questa guerra
noi poverini tuti in guerra/ e lor van spaso per la città
O Italia come la pensi/ i magazzini pien di grano
ma il soldato italiano/ della fame lo fai morì
O Italia come la pensi/ con il tuo popolo così ardente
e non ti hanno mai fatto niente/ perché ora ci vuoi tradì[6]
In queste strofe, forse scritte dal soldato Domenico Borella nel giugno del 1915 dopo la conquista del Knr utilizzando la melodia di preesistenti canti di carcere e malavita, emerge il contrasto di “classe” fra i signori “che han voluto questa guerra” e vanno a “spasso per la città” e i soldati abbandonati a sé stessi. Non mancano la denuncia delle ingiustizie e l’accusa contro le classi dominanti che pur avendo “i magazzini pieni di grano” lasciano morire di fame i soldati.[7]

Canzoni sovversive, le chiamavano. Ma quale era lo scenario in cui nascevano questi canti?
Uno scenario terribile. Lo racconta uno scritto del Comando della Terza Armata: “Una trincea scavata in gran parte nella viva roccia […] saliva verso i margini estremi dell’Altipiano Carsico […] Profonde fasce di reticolati, fissati e cementati alla roccia, seguivano le sporgenze e i rientranti della trincea, proteggendola a modo di baluardo. I soldati d’Italia vi si lanciarono contro cantando: carne viva contro ferro, spirito contro roccia. La nostra artiglieria non riusciva a mordere il groviglio delle difese; i fanti procedevano tra fili di ferro spinati e laceranti attanagliandoli ad uno ad uno pazientemente e allontanandoli con le mani insanguinate. Le giovani vite si sacrificavano a migliaia, serenamente. […] Pochi tornavano, i più morivano; parecchi, straziati dalla mitraglia, giacevano per ore tra le due attigue trincee, riempiendo la notte di grida”.[8]
Un veloce accenno merita il corpus di strofe satiriche, dette anche “strofette del Bim bim bom“, diffuse in tutto l’esercito italiano. Costruite su un modulo linguistico-musicale elementare, del tutto simile allo stornello, queste composizioni si caratterizzano per essere il luogo tipico dell’improvvisazione, il canale privilegiato per una sorta di “controinformazione” di guerra prodotta degli stessi soldati. Irriverenti, canzonatrici, beffarde e graffianti, ebbero come principale bersaglio l’odiato generale Cadorna, primo responsabile della catastrofe di Caporetto, ma anche i Savoia, gli imboscati, la moglie (e più raramente la figlia) di Cecco Beppe. Ecco qualche esempio tratto dall’album di Barabàn Voci di trincea:
Il general Cadorna
ha detto alla regina
“Se vuoi veder Trieste
t’la mando in cartolina”
Bim bim bom
e l’Italia la va al balòn
Il general Cadorna
si mangia le bistecche
e ai poveri soldati
dà le castagne secche
Bim bim bom…
Il general Cadorna
ha comprato delle vacche
c’è il Novantanove
che beve ancora il latte
Bim bim bom…
La figlia di Cecco Beppe
è una gran putana
lei ha piantà il casino
sul grosso Col di Lana
Bim bim bom…[9]
Se, talvolta, il contenuto di queste strofette è del tutto simile al più volgare e infimo repertorio di caserma, in altri casi, esso è del tutto innocuo; tuttavia, nel contesto bellico, questi testi furono giudicati un pericoloso elemento di disfattismo, la loro esecuzione repressa e i responsabili deferiti ai tribunali militari. Si fece di tutto per evitare che idee, pensieri e canti pacifisti e neutralisti dilagassero nell’esercito e nell’opinione pubblica. Erano considerati anti-italiani, anti-patriottici, disfattisti.
In realtà, dietro la protesta e il presunto “disfattismo” di questi canti, c’era il profondo malessere e la sofferenza di milioni di giovani, in gran parte contadini e semi analfabeti, mandati a combattere una guerra voluta da una minoranza rumorosa e aggressiva, in condizioni a dir poco disumane.
Seicentocinquantamila di loro, non tornarono più.
[1] F. Castelli, E. Jona, A. Lovatto, Al rombo del cannon. Grade Guerra e canto popolare, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2018.
[2] Barabàn, Voci di trincea. Concerto per la Grande Guerra, CD, Gaggiano, ACB, 2015.
[3] La versione più nota fu raccolta da Roberto Leydi ad Alfonsine (RA) nei primi anni Sessanta.
[4] Suona chitarra suona/ ti è rimasta una corda/ se anch’essa si scorda/ finisci di suonare.
[5] Barabàn, Voci di trincea, cit.
[6] Aurelio Citelli e Giuliano Grasso (a cura di), Eva Tagliani. La voce delle mascherate, CD, Associazione culturale Barabàn, ACB/CD12, 2000.
[7] Franco Castelli, Emilio Jona, Alberto Lovatto, Al rombo del cannon. Grande Guerra e canto popolare, cit. p. 602.
[8] Cesare Bermani, “Guerra guerra ai palazzi e alle chiese… Saggi sul canto sociale”, Roma, Odradek, 2003, p. 144.
[9] Barabàn, Voci di trincea, cit. Traduzione del ritornello: Bim, bim, bom e l’Italia va in pallone.