Quando Leydi mordeva.

Inventandosi un passato fioriscono i celti della Padania
di Roberto Leydi
La stampa – Tuttolibri, 23 maggio 1981

Arrivano i celti. Anzi sono già arrivati. Qualcuno, addirittura, dice che se ne stanno andando. Come succede per le mode. I celti redivivi hanno violini, ghironde, chitarre, flauti e percorrono i sentieri dei concerti e dei festival di musica cosiddetta “folk”, portando il loro ‘messaggio’. Questi celti musicali sono di due categorie. Quelli che appartengono a un’area almeno un po’ celtica, come lingua e come tradizioni e quelli che con la cultura celtica non c’entrano per niente e s’immaginano una patria perduta popolata appunto di celti. I primi sono i gruppi musicali bretoni, irlandesi, gallesi, più o meno collegati con i rispettivi movimenti autonomistici o indipendentistici, impegnati a far musica, far soldi (se ci riescono) e far propaganda.

Alle loro spalle c’è una tradizione, c’è una storia, in alcuni casi c’è anche un insegnamento musicale autentico, spesso conosciuto e riproposto non soltanto con amore, ma anche con rispetto. Per esempio i gruppi bretoni non sono tutti sciagurati come Alain Stivel, ma molti portano nei paesi di Bretagna, in Francia e in Europa testimonianze di buona musica, suonata come la tradizione vuole (o quasi), con gli strumenti che ci vogliono. Più fantasiosi gli irlandesi, cioè, secondo le loro intenzioni, più “creativi”.

Poi ci sono gli altri: gli aspiranti celti. Il “celtismo”, infatti, sembra essere, in Italia, l’erede del “tarantellismo”. Il “tarantellismo” esplose al seguito delle fortune della Nuova Compagnia di Canto Popolare, invadendo ogni raduno giovanile, con risultati che volevano essere gioiosi e festosi e non erano che rattristanti. Tramontata la tarantella, ecco la musica celtica. Magica etichetta che s’attacca a due tipi di gruppi musicali nostrani: quelli che copiano i celti veri (o quasi veri) e quelli che s’inventano il celtismo italiano. I primi non sono che degli imitatori, modesti, di una musica che a loro giunge, per lo più, di seconda o terza mano. Essi, cioè, non suonano, più o meno bene, musica bretone o musica irlandese, ma, sempre più o meno bene, una copia di musica bretone o irlandese, tirata giù dai gruppi che già travisano (o “creano”).

Gli altri costituiscono un problema e un fenomeno più interessanti, a livello sociologico, non musicale. Gli ansiosi ricercatori del celtismo italiano, infatti, vogliono ad ogni costo affermare l’esistenza, fino alla musica popolare d’oggi, di una eredità celtica anche da noi. E ciò per dichiarare un valore di etnia contrapposto a quello latino, o gallico, o ligure, o veneto.

C’è da chiedersi per quale motivo (che non sia il fascino del celtismo irlandese, con il suo successo commerciale e le sue implicazioni anche drammaticamente politiche) questi volonterosi ragazzi, volendo trovarsi radici antiche, si rivolgano proprio ai celti, cioè al popolo che sembra aver lasciato meno segni del suo passaggio (oltre tutto marginale) nell’Italia del Nord. Perché non fare musica ligure, per esempio. Tutti gli abitanti dei paesi che finiscono in “osco” (da Bogliasco in Liguria a Pettenasco nel Novarese) potrebbero con più legittimità rivendicare una etnìa ligure (e quindi pre romana) e fondare la loro ‘diversità’ su un minimo dato di fatto. Ora noi sappiamo che i celti hanno lasciato il loro dubbio segno in poche decine di parole dei dialetti alpini, la qual cosa non è molto per costruirci sopra un revival culturale e una musica popolare.

La verità è un’altra. E’ che per far finta di essere celti basta copiare un po’ il sound dei celti veri, mentre per riscoprirsi liguri, o salassi, o cenomani il problema è un po’ più difficile.

Naturalmente attorno a questo celtismo italiano fiorisce una finta filologia. Un gruppo musicale di questo filone (che, però, fa quasi esclusivamente copiatura di musica bretone e irlandese) si è dato per nome “I Celtig”, assicurando che nel Pavese “parla cèltig” vuol dire “parlare in dialetto”. Naturalmente il dato non risulta a nessun linguista e ho il sospetto che dietro ci sia la geniale e affascinante immaginazione filologica di Gianni Brera, gran maestro di invenzioni archeologiche e antropologiche non soltanto a proposito di San Zenone Po, il suo paese, ma un po’ di tutta l’area milanese-pavese.

In tanti anni di lavoro sulla musica popolare dell’Italia del Nord devo confessare di non aver mai trovato segni di relazione con quanto altrove rimane della musica celtica. Ma adesso che una rivista che si intitola Etnie (e raccoglie tutti i ‘gridi di dolore’ delle minoranze vere e inventate) annuncia un saggio musicologico, con disco, sulla musica celtica della Valle Padana sono in ansia. Che davvero dobbiamo tutti ricrederci? Che davvero i celti sono ancora tra noi e noi non li abbiamo riconosciuti?